Articolo pubblicato il 4 Luglio 2022 da Christian D'Avanzo
“È qui per affari o per piacere?” chiede un agente della dogana statunitense ad un giovane ragazza svedese, di nome Linnéa, che, dopo averci pensato su per qualche istante, risponde: “Piacere”. Una risposta ironica che lascia ben intendere la natura pungente e gli intenti critico-argomentativi di cui si fa carico Pleasure, l’esordio al lungometraggio della svedese Ninja Thyberg [basato sul suo omonimo cortometraggio vincitore del Canal + Award al festival di Cannes 2013] con cui quest’ultima si ripropone di esplorare, scandagliare e sviscerare luci ed ombre del mondo del porno, una delle realtà oggi più proficue e prolifiche, grazie anche e soprattutto alle agevolazioni permesse dalla rete, dalla sua pervasività, potenza e modalità di sfruttamento dei propri meccanismi e delle proprie peculiarità. Un’industria cangiante, tanto rispettosa e amorevole, quanto crudele e dolorosa, che mette a dura prova ed esige moltissimo da coloro che ne vogliono far parte veramente, e che Thyberg sveste di tutti i luoghi comuni, di tutti i cliché, di tutte le demagogie del caso (quelle in cui potrebbe incappare un semplice outsider od un comune fruitore), mettendone a nudo piaceri e sofferenze, autenticità e falsità, professionalità e viziosità.

Sarebbe però riduttivo riferirsi a Pleasure come alla storia di una ragazza che vuole sfondare nel mondo hard. All’ennesimo tuffo nella proverbiale tana del Bianconiglio. Ad un film sul corpo e il suo rapporto – intimo e complesso, fatto di bramosia, controllo, negoziazione – con la macchina da presa. Ad un The Neon Demon senza Refn. Ad un racconto che parla la lingua del documentario e del dramma d’inchiesta e costruisce una parabola da film sportivo, il cui unico finale è il disincanto, come insegnano tutte quelle schiere di ambiziosi e sognatori che hanno popolato e continuano a popolare gli schermi. Ad un viaggio dietro le quinte di un mondo di cui si è già detto tanto (e in modi più convincenti e cinematograficamente interessanti) con pellicole come il romantico Boogie Nights di Paul Thomas Anderson o lo spietato Hardcore di Paul Schrader. Anzi, così dicendo, si perderebbe di vista il vero cuore discorsivo della sceneggiatura scritta dalla stessa Thyberg, insieme a Peter Modestij. Quest’ultima sfrutta infatti il mondo del porno, con tutti i suoi feticci, i suoi non-detti, il suo essere sfuggente, ambiguo, indeterminato, impossibile da sintetizzare, per parlare, in realtà, dell’incontro/scontro di un’europea, di una straniera, di un’aliena (aspetto, quest’ultimo, amplificato da Sofia Kappel e dalla sua fisicità pura, immacolata, quasi sacrale), con un paese, i suoi modi di fare e pensare, il suo tessuto socio-culturale e la competizione (capitalista) che ne regola ritmi e dinamiche, finendo per spersonalizzare i propri paladini (Linnéa inizia ad essere chiamata e verrà poi conosciuta con il nome, più accattivante, più erogeno, più vendibile, di Bella Cherry), e soffocare e discriminare coloro che non si prestano ai suoi eccessi, alle sue perversioni, ai suoi spietati e tremendi tour de force, alla necessità di apparire, mostrarsi, vincere, sempre e comunque. Ecco quindi che l’artificiosità dell’industria a luci rosse quale macchina di produzione di piacere (finto, previsto, costruito a tavolino) diventa, per la cineasta svedese, quella di una società e di un mondo in cui, appunto, questo gioco (al massacro) socialmente accettato e questa dolorosa finzione diventano una facile giustificazione per ogni sorta di anacronismo reazionario e retrivo, di modello paternalistico, maschilista e razzista, che continua perciò a sopravvivere e ristagnare sotto la superficie delle cose.

Peccato soltanto che, al di là di un utilizzo peculiare della nudità e di un’ottima direzione degli attori (siano essi professionisti del settore hard o meno), questa affascinante analisi e lettura della società statunitense – elaborata, guarda caso, da una outsider di quel mondo, proprio come Linnéa rispetto a quello del porno – venga drammatizzata e messa in scena da Ninja Thyberg, il più delle volte, in modo estremamente ingenuo, schematico ed indolente, attraverso continue giustapposizioni inutilmente provocatorie di immagini scabrose e musica sacra, metafore didascaliche e prosaiche (basti pensare a come viene raffigurato il riscatto di Bella), ed una composizione dell’inquadratura talora un po’ troppo autocompiaciuta. Tutti elementi che, ahinoi, tradiscono la natura esordiente di una pellicola che, ciononostante, ha senz’altro il pregio di porre lo spettatore in una posizione scomoda, compromettente, in perfetta compenetrazione con il lento, distruttivo, ma insopprimibile desiderio di Linnéa di vedere, conoscere, provare di più. A metà tra l’appetito morboso e il timore nauseabondo di scoprire cosa si cela al di là del “piacere”.