Saint-Omer: la perdita dell’emancipazione

Articolo pubblicato il 7 Settembre 2022 da Andrea Barone

La Francia termina la sua corsa alla 79° edizione del festival di Venezia con “Saint-Omer”, opera prima di Alice Diop. Il film parla della scrittrice Rama che decide di seguire il processo di Laurence Coly, un’immigrata senegalese che ha ucciso sua figlia di un anno lasciandola annegare in una spiaggia.

Uno degli elementi che immediatamente destano interesse è la gestione registica delle scene in tribunale: ogni singola testimonianza o domanda viene ripresa completa ed in tempo reale, attraverso pochissime inquadrature fisse caratterizzate o da un unico primo piano o da un piano medio. Lo scopo è dare la sensazione di stare assistendo ad un processo vero, prendendo inspirazione dalle riprese reali delle telecamere che normalmente inquadrano i processi in seguito diffusi online o in televisione.

La descrizione dei racconti di Laurence appaiono strazianti: viene esplicitato in ogni singolo dettaglio la sofferenza della solitudine e dell’abbandono, rappresentando un persona condannata ad essere ignorata dal mondo, riflettendo non solo la dura condizione di uno straniero che cerca di integrarsi, ma anche la donna lasciata a marcire e ricordata solamente come fidanzata trofeo, che non ottiene diritti di riconoscimento.

Molto intelligente inoltre il modo in cui viene inserita la misoginia, non solo rappresentata dall’aggressività dell’avvocato accusatorio che descrive l’imputato come manipolatrice, ma anche i commenti sottili nelle testimonianze, come il disconoscere l’apertura tra i vari paesi relegando gli stranieri al di fuori di ogni interesse per pensieri o abitudini provenienti da altre culture.

Nel film, la morte della neonata non è grave solo dal punto di vista fisico e morale, ma è anche il simbolo della morte della speranza di una persona che voleva per lei un futuro migliore. Infatti Laurence viene presentata come una studiosa appassionata di filosofia e la mancanza di empatia nei suoi confronti e la continua ignoranza uccidono qualunque sogno che possa permettere ai giovani di espandersi e di andare avanti con la propria vita.

Da qui è straordinario il parallelismo con Rama: la tragedia di Laurence riflette la grandissima paura della scrittrice di non riuscire ad essere all’altezza per la sua crescita familiare, avendo paura del futuro che verrà e di non poter essere una moglie o una madre abbastanza forte per le persone che cresceranno insieme a lei. È destino di ogni donna combattere con il mondo che c’è fuori o la lotta si trova dentro di lei? In ogni caso, anche entrambi contemporaneamente, bisogna lottare, sperando di non perdere come la Medea delle tragedie greche che viene citata.

Perché si, “Saint-Omer” è la rappresentazione moderna della Medea, perché ogni donna, anche una madre che con fatica spera di arrivare a fine mese per poter sopravvivere e cresce i propri figli, è una Medea che non dovrà cedere alla distruzione della cattiveria che le sta intorno. L’impostazione originale del processo e la straordinaria sensibilità documentaristica con cui viene descritto il tutto rende l’opera di Alice Diop un ottimo esordio che potrà fare riflettere molte persone sull’emancipazione femminile, nella speranza di non finire mai come Laurence, in cui però si riflettono tutti i segni di una lotta che durerà in eterno.

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