I Migliori Film ad aver vinto l’Oscar per i Migliori Costumi

Articolo pubblicato il 19 Febbraio 2023 da Vittorio Pigini

Con l’immancabile appuntamento annuale delle festività di Carnevale, avendo un occhio di riguardo all’attesissima Notte degli Oscar del prossimo 13 marzo, l’altro occhio è rivolto a ricercare quali costumi abbiano fatto la storia del cinema.


Oltre che per un discorso di alta moda sartoriale e non, il ruolo ricoperto dai costumisti nella Settima Arte ha da sempre contribuito fortemente ad incidere sul processo creativo di un’opera cinematografica, con la ricostruzione dell’immaginario visivo storico o fantastico per sostenere al meglio l’ambientazione e la messa in scena.

I Migliori film a vincere il premio Oscar ai Migliori Costumi

Nella quasi secolare storia dei Premi Oscar, la categoria per i Migliori Costumi è stata introdotta solo nel 1949, con la prima edizione vinta da “Amleto” di Laurence Olivier e da “Giovanna d’Arco” di Victor Fleming.

 

Nei suoi primi anni di competizione infatti, la categoria del Costume Design venne divisa con il premio ai Migliori Costumi in un film in Bianco e Nero e per quello in un film a Colori, come fu ad allora anche per quanto riguarda la categoria della Miglior Fotografia e Miglior Scenografia.

 

Il criterio della doppia premiazione venne abbandonato dal 1968, accorpando la categoria in un unico premio. Di seguito si cercherà di selezionare i 10 Migliori Film che hanno conquistato l’ambita statuetta partendo proprio da questo periodo, in ordine cronologico.

Barry Lyndon, di Stanley Kubrick – 1975

Si comincia con uno dei capolavori della storia del cinema, della filmografia di uno dei registi più visionari e tra i migliori film in costume mai realizzati.


Tratto dal romanzo “Le memorie di Barry Lyndon” di William Makepeace Thackeray, la parabola ascendente e discendente del suo truffaldino antieroe protagonista durante la Guerra dei Sette anni, gode di una magnificenza visiva fuori dal comune. In particolare il perfezionismo di Stanley Kubrick, per realizzare la scenografia ed i costumi, volle accuratamente ricercare i dipinti più funzionali del XVIII secolo, per poterne esteticamente ricostruire al meglio l’ambientazione storica.


Missione più che riuscita per i costumisti Milena Canonero e Ulla-Britt Soderlund, che vinsero a mani bassi l’Oscar per i Migliori Costumi, aggiungendosi agli altri premi ottenuti dal film, ovvero Miglior Fotografia, Miglior Scenografia e Miglior Colonna Sonora, oltre alle candidature per Miglior Film, Regista e Sceneggiatura Non Originale.

Amadeus, di Miloš Forman – 1984

Tratta dall’omonima piece teatrale di Peter Shaffer, l’ottavo lungometraggio del regista di origini cecoslovacche Miloš Forman si ispira alla vita del celebre compositore austriaco Wolfgang Amadeus Mozart per un film in costume ambientato nella Vienna della prima metà del XIX secolo.

 

La particolarità del brillante lavoro di Forman sta principalmente nel raccontare questo falso biopic con un tono sfarzoso, a tratti grottesco, partendo dal ricordo del compositore Antonio Salieri, finito in manicomio per aver tentato il suicidio a causa dei sensi di colpa di un omicidio e di un antagonismo che forse non c’è mai stato. Quello che ci si ricorda e Forman lo imprime nell’esperienza dello spettatore, è il genio del compositore austriaco, con ogni scena che infatti viene accompagnata da una scelta di capolavori mozartiani.

 

Oltre che per la possente colonna sonora, la grande regia e l’alta sceneggiatura, “Amadeus” viene sicuramente ricordato anche per la sua celebrativa messa in scena, con i costumi particolarmente in risalto soprattutto nelle diverse scene di ballo in maschera o rappresentazioni teatrali.
Il film è risultato un successo soprattutto per la critica, con ben 8 premi Oscar conquistati (tra cui appunto per i Migliori Costumi e Miglior Film) sulle 11 candidature ottenute.

Ran, di Akira Kurosawa – 1985

In una classifica dove regna la produzione hollywoodiana, impossibile non menzionare una perla direttamente dal lontano Oriente firmata dall’imperatore Akira Kurosawa.


Basato sulla tragedia di Shakespeare “Re Lear”, la 28° opera del regista nipponico è manifesto della rovina morale dell’essere umano, che riesce a trovare nella follia una soluzione al caos.
Oltre alla viscerale sceneggiatura dello stesso Kurosawa, l’intensa prova del cast – tra i quali si eleva quella di Tatsuya Nakadai – e la regia maestra, un plauso immancabile deve essere fatto alla ricostruzione della messa in scena, tanto nella fotografia e scenografia, quanto soprattutto per i meravigliosi costumi.


Nella ricostruzione dell’abbigliamento del Giappone feudale, lo splendido lavoro della costumista Emi Wada riesce a ricevere il suo prestigioso riconoscimento agli Oscar, unico premio della pellicola su 4 candidature.

Dracula di Bram Stoker, di Francis Ford Coppola – 1992

Unico horror presente nella lista, potrebbe benissimo venire considerato tra i giganti del genere, tanto per la valenza narrative debitrice dall’immortale classico della letteratura, quanto per il valore aggiunto del prestigioso cast e la realizzazione tecnica di un regista quale Francis Ford Coppola.


Tra i vari elementi che arricchiscono la qualità del “Dracula, di Bram Stoker” vi è sicuramente l’impressionista messa in scena, con giochi di contrasto tra luci ed ombre, colori forti e vividi, esaltati dalla splendida fotografia di Michael Ballhaus. Per poter riflettere ed impregnare al meglio la luce però, servono soggetti adatti e funzionali, potendoli rintracciare nella sofisticata scenografia e soprattutto nel lavoro della costumista giapponese Eiko Ishioka.


Il film di Francis Ford Coppola porterà a casa le statuette non solo per i Migliori Costumi, ma anche per il Miglior Trucco ed il Miglior Montaggio Sonoro, oltre alla candidatura per la Miglior Scenografia.

Titanic, di James Cameron – 1997

Tornato sulla “cresta dell’onda”, tanto per la recente riproposizione al cinema in occasione del 25° anniversario quanto per il continuo sorpasso a vicenda con “Avatar: la via dell’acqua” in ottica incasso globale al botteghino, il 7° lungometraggio di James Cameron non ha certo bisogno di presentazioni.


La celebre ed appassionante storia d’amore tra i personaggi interpretati da Leonardo Di Caprio e Kate Winslet, a bordo del transatlantico più famoso del mondo, ha contribuito fortemente a rendere il regista canadese uno dei migliori ancora in circolazione (almeno e soprattutto nel campo di blockbuster).


Seppur di pregevole fattura, potrebbe non essere il lavoro svolto sui Costumi uno degli elementi chiave per l’esperienza di “Titanic” ma, comunque, non solo contribuisce a ricostruire pienamente gli anni ’10 del ‘900 (con l’ulteriore “stacco” estetico degli 80 anni di differenza), ma si aggiunge al prestigio di una serata storica per la Notte degli Oscar del 23 marzo 1998, con il film che porterà a casa ben 11 statuette su 14 candidature, essendo il primo ad eguagliare il record raggiunto da “Ben-Hur” nel 1960. Almeno fino a quel momento.

Il Signore Degli Anelli: Il Ritorno del Re, di Peter Jackson – 2003

Fino a quel momento perché appunto, 6 anni dopo, lo stesso record venne raggiunto da un altro immortale capolavoro del cinema (non solo del genere fantasy), ovvero “Il Signore Degli Anelli – Il Ritorno del Re”, il quale riuscirà addirittura a “superare” lo stesso record (il primo a fare clean sweep – come disse all’annunciazione Steven Spielberg – ottenendo 11 premi Oscar su 11 candidature).


L’ultimo appuntamento con la celeberrima trilogia firmata da Peter Jackson, basata sull’omonimo romanzo di J. R. R. Tolkien, non potrebbe nemmeno essere considerato un capitolo a sé, in quanto i 3 film ambientati nella Terra di Mezzo apparterrebbero alla stessa produzione cinematografica. Fatto sta che l’Academy decise – ovviamente non in via ufficiale – di “aspettare” Il Ritorno del Re per poter premiare a dovere la trilogia, la quale diventa così la saga più vittoriosa della storia (17 statuette) ed il primo di genere fantasy a vincere il premio Oscar a Miglior Film.


Tra gli 11 riconoscimenti della serata rientra ovviamente anche il lavoro dei costumisti Ngila Dickson e Richard Taylor che, oltre all’arduo compito di adattare la fantasiosità su carta delle dettagliate descrizioni del vestiario dei vari popoli e personaggi (spesso anche e soprattutto con valenza narrativa), hanno dovuto far fronte ad un elevatissimo numero di comparse da dover rivestire.

The Artist, di Michel Hazanavicius – 2011

La lodevole operazione nostalgia di Michael Hazanavicius, alla sua quarta regia, è davvero degna di nota, con la perfetta rievocazione moderna del cinema muto nel nuovo millennio: cinema che parla di cinema attraverso il cinema, all’ennesima potenza.


Il film del regista francese non si adagia sul semplice omaggio o solo sulla tenuta nostalgica dei tempi che furono, ma impartisce una storia romantica, divertente, emozionante e ricca di ironia, con gran ritmo, trovate registiche di gran classe, una coppia attoriale splendidamente seducente ed una costruzione scenografica che rapisce l’occhio. Sì perché “The Artist”, più che per le parole ovviamente non dette, vince e conquista per l’esperienza che riesce a trasmettere, tanto nella calibrata colonna sonora di Ludovic Bource quanto nella brillante messa in scena, esaltata dalla scenografia e soprattutto dai costumi d’epoca in pieno risalto da Bianco e Nero.


Oltre “Ran”, il film francese è l’altro escluso dalla platea di produzione hollywoodiana, che riesce a portarsi a casa, oltre all’Oscar per i Migliori Costumi e Colonna Sonora, anche quelli per il Miglior Attore Protagonista a Jean Dujardin, la Miglior Regia e soprattutto il Miglior Film (unico film muto, assieme ad “Ali”, a vincere quest’ultimo riconoscimento e l’ultimo in Bianco e Nero dopo “Schindler’s List” del 1993).

Grand Budapest Hotel, di Wes Anderson – 2014

Che sia o meno di proprio gradimento, il cinema dello statunitense Wes Anderson è diventato particolarmente celebre e riconoscibile nel mondo soprattutto per la disposizione, tanto geometrica quanto di perfetta tonalità nella palette cromatica, della messa in scena nei suoi film.


Non è da meno sicuramente “Grand Budapest Hotel” del 2014, una brillante commedia forte dei caratteri del film d’avventura e del caper movie, con protagonisti – fra tutto l’album di apparizioni andersoniane – Ralph Fiennes e Tony Revolori.


Considerata tra le migliori del regista di “L’isola dei cani” e l’ultimo “The French Dispatch”, è un’opera che diverte, appassiona ed abbaglia specialmente per l’esperienza sensoriale (tanto visiva quanto sonora) nell’arco dei quasi 100′, che è riuscita a conquistare un’acclamazione pressoché unanime tanto nel pubblico quanto soprattutto nella critica, arrivando ad aggiudicarsi 4 premi Oscar (tra cui i Migliori Costumi, oltre quelli per la Scenografia, Trucco e Colonna Sonora) sulle 9 in gara.

Mad Max: Fury Road, di George Miller – 2015

Quarto capitolo della saga fantascientifica di “Mad Max”, ideata e diretta sempre dal regista australiano George Miller, il film del 2015 non viene solo considerato il picco artisticamente più alto della saga appena citata, ma proprio uno dei migliori del genere action, nonché presente in diverse testate di critica specializzata come il miglior film del decennio 2010-2019.


Mad Max: Fury Road” è un’esplosione di adrenalina su 4 ruote in una folle corsa contro il tempo, nella quale il protagonista Max stringerà un’alleanza con la guerriera Furiosa per sfuggire al leader di culto Immortal Joe ed al suo pazzo esercito.


Sfiorando quasi i 400mln$ al botteghino mondiale, l’ultimo capitolo della saga di George Miller ha collezionato ben 6 statuette su 10 candidature (tra le quali vi era anche quella per il Miglior Film), vincendo l’Oscar ai Migliori Costumi con il selvaggio lavoro svolto da Jenny Beavan, alla sua seconda statuetta su 3 totali.

Il Filo Nascosto, di Paul Thomas Anderson – 2017

Un altro Anderson presente in lista, ma questa volta si parla del regista di culto californiano Paul Thomas, presente qui con un film che risultava impossibile non menzionare, tanto per la qualità in sé della pellicola quanto per la funzionalità narrativa al tema qui trattato.


Ambientato infatti nell’industria della moda londinese degli anni ’50, l’ottavo pregiato lungometraggio di una filmografia necessaria vede Reynolds Woodcock – interpretato dal sempre superbo Daniel Day-Lewis – protagonista di una velenosa love story tra l’artista e la sua musa, tra lo stilista che crea metaforicamente l’abito perfetto e la modella necessaria per concretizzare il suo lavoro.


Tagliente e delicatamente struggente la sceneggiatura, intense le prove del cast ed una regia maestra per PTA, in un film sublime che, quasi inspiegabilmente, alla Notte degli Oscar del 4 marzo 2018 riuscì ad ottenere una sola statuetta sulle 6 categorie in gara: quella per i Migliori Costumi.