Recensione – Marie Antoinette: film di Sofia Coppola con Kirsten Dunst

Ecco la recensione di Marie Antoinette, film del 2006 di Sofia Coppola

Articolo pubblicato il 5 Agosto 2023 da Christian D'Avanzo

Marie Antoinette è un film biografico diretto da Sofia Coppola, al terzo lungometraggio con la distribuzione del suddetto nel 2006. Si tratta di una trasposizione della biografia di Marie Antoinette scritta da Antonia Fraser e intitolata Maria Antonietta – La solitudine di una regina. La durata del film è di circa 123 minuti, mentre il cast è composto da Kirsten Dunst (nel ruolo di Marie Antoinette), Jason Schwartzman, Rip Torn, Judy Davis, Asia Argento, Marianne Faithfull, Danny Huston, Molly Shannon, Steve Coogan, Rose Byrne, Shirley Henderson, Jamie Dornan, Clémentine Poidatz, Jean-Christophe Bouvet, Aurore Clément, Bob Barrett, Alain Doutey, Mary Nighy, Tom Hardy, Aleksia Landeau, Guillaume Gallienne, Sarah Adler, Al Weaver, Raphaël Neal. Il film è stato premiato agli Oscar nel 2007, aggiudicandosi la statuetta per i migliori costumi, unica nomination. Di seguito la trama e la recensione di Marie Antoinette, film scritto e diretto da Sofia Coppola.

La trama di Marie Antoinette, diretto da Sofia Coppola

Ecco la trama di Marie Antoinette, film scritto e diretto da Sofia Coppola, interpretato da Kirsten Dunst: 

 

“Nel 1768, la regina d’Austria Maria Teresa (Marianne Faithfull), promette in sposa la sua giovane figlia Marie Antoinette (Kirsten Dunst) al Delfino di Francia, Luigi XVI (Jason Schwartzman), per cercare di risanare il conflitto tra le due nazioni. Così, la principessa appena quattordicenne è costretta a lasciare la sua patria e viene condotta in una piccola isola del fiume Reno dove conosce Contessa de Noailles (Judy Davis), signora di Versailles che sarà la futura casa di Marie Antoinette. Durante una cerimonia, la ragazza viene introdotta alle usanze francesi e fa la conoscenza del re Luigi XV (Rip Torn). Marie Antoinette si sente molto disorientata e la timidezza del suo futuro sposo accresce il suo senso di inadeguatezza. Giunta a Versailles, la principessa ha poco tempo per abituarsi alla nuova casa e ai suoi nuovi obblighi e non riesce a trovare felicità nel matrimonio con il sovrano, che sembra essere del tutto disinteressato alle sue esigenze.

 

Ignorata persino dai domestici, Maria Antonietta trova un gran consigliere nell’ambasciatore Mercy (Steve Coogan), che la invita a guardarsi da Madame du Barry (Asia Argento). La dama, infatti ha avuto cura di far circolare a corte molti pettegolezzi sulla principessa. Trascorrono gli anni, Marie Antoinette odia la formalità francese e non ha rapporti intimi con suo marito. Nel 1774, alla morte di Luigi XV, Luigi XVI è incoronato re e Marie Antoinette siede al suo fianco, come regina di Francia. La dolce ragazzina che aveva timore dei suoi stessi servitori lascia il posto ad una sovrana frivola e sprezzante, che suscita il rispetto dei nobili ma l’odio del popolo. Mentre Marie Antoinette perde la testa per il conte svedese Axel von Fersen (Jamie Dornan), la regina Maria Teresa studia un piano per costringere Luigi XVI ad unirsi a sua moglie.”

Ecco la recensione di Marie Antoinette, film del 2006 di Sofia Coppola

La recensione di Marie Antoinette: un film biografico anticonvenzionale e dal respiro pop

Il terzo film scritto e diretto da Sofia Coppola è un biopic filtrato però da una visione autoriale differente e assolutamente non convenzionale. La regista comincia a tratteggiare con convinzione quelle che sono le sue peculiarità estetiche e soprattutto tematiche, rinunciando alla mera ricostruzione storica su di una figura nota ai più. Infatti, la Marie Antoinette interpretata da un’eccellente Kirsten Dunst è la rappresentazione di un’adolescente obbligata ad abbandonare la sua vita e, di conseguenza, la sua vecchia identità, allo scopo di abbracciare una nuova realtà molto distante dalla propria. Ciò provoca nella protagonista una certa insoddisfazione, nonché delle difficoltà in serie da affrontare una dopo l’altra, ma a cui fondamentalmente la giovane delfina di Francia non riesce a dare una soluzione definitiva. Così come nei precedenti Il giardino delle vergini suicide e Lost in Translation – L’amore tradotto, la privatizzazione tocca da vicino Marie Antoinette, un’altra ragazza-donna alle prese con la perdita di qualcosa: nel primo film si trattava della libertà; nel secondo sono gli stimoli a mancare, in favore della solitudine; qui è l’identità ad essersi persa. Sofia Coppola fornisce la sua personalissima visione di una giovane ragazza reclusa in una gabbia d’oro, dove le apparenze hanno la meglio sull’essenza delle persone, troppo abiette e alle prese con il loro ego. Se da un lato chi frequenta la reggia di Versailles è ormai incanalato verso delle azioni ordinarie e monotone − perché la forma scavalca la sostanza − dall’altro c’è chi vorrebbe evadere; ecco che il sogno torna a farsi importante, così come lo era per le ragazze in Il giardino delle vergini suicide.

 

Marie Antoinette si sente giudicata costantemente, senza patria, senza le attenzioni di un marito rigidissimo interpretato da un ottimo Jason Schwartzman − per certi versi di “andersoniana” memoria −, arriva persino ad essere mal giudicata da sua madre. Tutto ciò fa sì che la delfina, diventata poi regina, si senta oppressa da un mondo sfarzoso che non le appartiene davvero. Versailles, location reale del film, viene qui declinata in chiave pop oltre che in quella più tradizionale propria ad un kolossal storico. La Coppola dà vita a tale operazione con un utilizzo positivamente spiazzante della colonna sonora, tra canzoni rock degli anni Ottanta e altre più vicine agli inizi degli anni Duemila, e di conseguenza trasforma la reggia in un non-luogo dove l’irreale sembra avere una maggiore rilevanza. I fatti storici diventano il contorno piuttosto superficiale di un racconto più intimo, che pur presentando alcune sequenze ridondanti e delle ripetizioni tematiche superflue, riesce nel suo compito di svelare l’interiorità di Marie Antoinette, quattordicenne che è dovuta crescere più in fretta del previsto per un bene più grande. Tuttavia, anche la passività di suo marito ha una certa rilevanza: il re di Francia si lascia mal consigliare pur di mostrare la potenza di un paese in crisi, e quest’ultima si fa preponderante nell’atto conclusivo. La ribellione del popolo riecheggia nell’atmosfera, viene lasciato lì nell’angolo con il sapiente ed esclusivo uso del sonoro, invece che proporre la più classica suggestione delle immagini violente. D’altronde, non è la politica il nucleo fondante di Marie Antoinette, bensì una sfrenata ricerca dell’euforia da parte di una giovane donna che sento il peso dell’esistenza.

 

La scena della vestizione mattutina come rito, oltre ad essere uno sprazzo di commedia sempre ben inserito dalla Coppola nei suoi film, è una perfetta sintesi del dialogo interno al lungometraggio tra inquadrature soggettive e altre oggettive, le quali si elevano a significato concettuale. Infatti, c’è una duplice visione concentrata su di uno stesso oggetto o azione, posta proprio sulle convenzioni come codici e sull’estraniamento da queste ultime. Ciò viene esplicitato dalla scena in campagna, dove viene citato Rousseau e la dicotomia Natura/Civiltà, in netta contrapposizione con i connotati circensi della corte, tra scimmie, cani, battute di caccia e rappresentazioni teatrali molto fredde. Inoltre, che la regina sia un’adolescente mai troppo cresciuta è evidenziato anche dal montaggio pop di una sequenza teen, ovvero quando Marie Antoinette in crisi comincia a concentrarsi sul cibo, le coppe di champagne, l’alta moda e le feste in maschera. Peccato per un esiguo numero di elementi onirici, nonostante l’atmosfera quasi rarefatta ne riesce a restituire il senso; tuttavia, sarebbe stato ancor più sublime nel tono complessivo osservare scene come il sogno ad occhi aperti del tanto desiderato cavaliere svedese, oppure come quella in cui la regina fornisce una risposta immaginaria al popolo affamato. Dunque, Marie Antoinette è un film senz’altro interessante e filologicamente anarchico, ma alla fine lascia la sensazione di non aver espresso al massimo tutte le sue potenzialità nel suo anacronismo, pur dialogando parecchio con il presente e con la figura femminile a contatto con la società

Voto:
3.5/5
Andrea Boggione
3/5
Riccardo Marchese
4/5
Matteo Pelli
3/5
Paola Perri
2.5/5
0,0
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