Articolo pubblicato il 25 Dicembre 2023 da Vittorio Pigini
Grazie al grande successo dei suoi primi 8 episodi, la produzione di “One Piece” ha deciso di rinnovare la serie live-action Netflix tratta dall’omonima opera creata da Eichiiro Oda. Gran parte del successo è anche dovuto, forse, alla grande attenzione proprio all’opera originale, con la serie con protagonista Iñaki Godoy e ciurma che è riuscita a seguire un copione molto fedele al materiale creato da Oda. Ciononostante, un adattamento rimane un adattamento e le modifiche per il piccolo schermo rimangono inevitabili, tanto per necessità estetiche quanto narrative. Lasciando da parte il manga – che per ovvie ragioni rappresenta un medium troppo differente rispetto agli adattamenti su schermo – ecco di seguito le più importanti differenze tra la versione anime e quella live-action Netflix di “One Piece”.

One Piece: le differenze tra l’anime ed il live-action Netflix
Una prima differenza, tra la visione dell’anime e quella del live-action Netflix di “One Piece”, potrebbe essere considerata una differenza sostanziale nella rappresentazione scenica. Mentre infatti le vicende della serie animata avvengono, quasi nella loro totalità, alla luce del giorno quelle del live-action, spesso e volentieri, non solo prediligono la notte ed una maggiore oscurità generale – tanto nella ricostruzione fotografica quanto anche nella valenza narrativa (sebbene manchi una maggior crudezza) – ma tendono spesso ad ambientarsi negli spazi interni, forse per una questione di costi produttivi nel dare minor valore possibile alla CGI scenografica. Una differenza iconica in tal senso potrebbe riscontrarsi nella celebre sequenza del “passaggio del Cappello” tra Luffy e Nami, ma da questo punto di vista le scene sarebbero davvero molteplici. Fortunatamente questa maggiore cupezza, tanto visiva quanto narrativa, non ha tolto il fiato ad un’avventura divertente e scanzonata come quella dell’anime.
Ma le differenze non sono solo appunto tecniche, ma anche e soprattutto narrative sebbene, si ribadisce, il prodotto Netflix sia generalmente molto fedele al materiale originale, soprattutto nel suo spirito. Un altro aspetto molto diverso del live-action rispetto all’anime riguarda poi i “primi incontri”, ovvero quando i personaggi principali interagiscono tra loro o vengono introdotti nella narrazione. L’incontro tra Luffy e Alvida risulta infatti leggermente diverso rispetto alla serie animata – nella quale la divertente entrata in scena del protagonista avviene (di giorno) quando fuoriesce rompendo il baule che lo stava trasportando per mare – entrando in contatto con i pirati di Alvida nell’errore di un’azione “stealt” nel cuore della notte. Ma questa è sicuramente una piccolezza dal punto di vista narrativo, anche il primo incontro tra Bagy e la ciurma di Cappello di Paglia avviene in modo differente (ah, rimanendo brevemente sul Clown, questo non si sarebbe mai incontrato con Arlong nell’anime e la mappa per la Rotta Maggiore viene sottratta proprio a lui e non a Morgan mano d’ascia). Sicuramente più incisiva l’entrata in scena di Mihawk e il duello con Don Krieg. Quest’ultimo – interpretato nel live-action da Milton Schorr – sarebbe dovuto andare al Baratie con l’intenzione di impossessarsi della nave ristorante gestita da Zef che, durante lo svolgimento del suo piano, si sarebbe scontrato con Luffy e ciurma finendo sconfitto. Nel prodotto Netflix questo non avviene, scegliendo di regolare prima off-screen i conti tra Don Krieg e Mihawk: quest’ultimo, interpretato nela serie live-action da Steven John Ward, entra infatti in scena nell’anime direttamente al Baratie con gli ordini di catturare Don Krieg e, una volta giunto sul posto (senza quindi ordini di Garp del live-action) si sarebbe incontrato casualmente con Luffy e soprattutto con Zoro.

Inoltre, nel live-action, tali elementi narrativi non presentano elementi di diversità rispetto all’anime solo per la loro effettiva realizzazione su schermo, ma anche per quanto riguarda l’arco temporale della narrazione. Non essendoci infatti Don Krieg al Baratie, l’occasione era troppo ghiotta per non anticipare il personaggio di Arlong che, nell’anime, rimane nella sua Arlong Park con la sua ciurma, pronto ad “accogliere” la furia di Luffy quando, buttando giù un muro della magione dell’uomo-pesce con un pugno, chiederà a mo’ di sfida <<Chi di voi è Arlong?>> proprio perché mai incontrato prima. Vengono poi anticipati il giuramento della ciurma (che avverrà un po’ di tempo dopo) e la Baroque Works, la quale quest’ultima sarà probabilmente determinante già per la prossima stagione (lo scontro tra Zoro e Mr 7, che tenta di convincerlo ad entrare nell’organizzazione, nell’anime viene solo accennato e mai mostrato).
Un’altra differenza molto importante riguarda il momento in cui Luffy mangia il suo Frutto del Diavolo: nell’anime avviene quasi per caso, con Shanks che si arrabbia col ragazzo per la sua bravata, dicendogli che ora non potrà più nuotare e chiamandolo “testa di rapa”; una scena divertente nell’anime (scrigno inoltre lasciato aperto sul bancone del locale senza alcuna protezione) che acquista decisamente un significato diverso a fronte delle nuove rivelazioni di Oda. Nel live-action, invece, Luffy viene quasi attirato dallo scrigno, che si trova in un’altra sala rispetto a Shanks e la sua ciurma, e non solo la reazione del Rosso è più scossa e preoccupata, ma sullo scrigno è presente il simbolo della Marina (un elemento apparentemente insignificante, ma che poi sarà determinante, registrando un’ulteriore prova del fatto che la serie Netflix avrebbe la pretesa di spingersi molto avanti). Ad essere poi anticipato nel live-action è poi sicuramente il personaggio di Garp, che negli 8 episodi acquista un ruolo quasi onnipresente (concedendo anche molto spazio a Hermeppo e soprattutto Kobi, che nell’anime ha un suo ruolo alquanto ridotto mentre nella serie Netflix diventa quasi un secondo protagonista). Nella serie animata, infatti, la scoperta del vice-ammiraglio della Marina quale nonno di Luffy avviene molto dopo nella narrazione, con Garp che inizierà ad entrare sempre più spesso in scena a partire da molti archi narrativi dopo quello dell’East Blue dove si concentrerebbe la prima stagione di One Piece.
Oltre al “come” e al “quando”, il live-action Netflix presenta differenze anche nel “cosa”, specialmente nella gestione dei suoi personaggi. Molti di questi vengono, infatti, tagliati direttamente fuori dalla visione, o relegati a semplici easter-egg come i manifesti dei ricercati appesi: il principale sottoposto di Kuro, Jango, non è infatti presente nella narrazione degli 8 episodi, il quale sarebbe stato lui a mettere momentaneamente fuori dai giochi Luffy attraverso le sue abilità di ipnotizzatore e non la pozione avvelenata destinata a Kaya nel live-action (pozione, inoltre, mai esistita nell’anime, dove viene sostituita da un’estrapolazione astratta dell’aura malsana di Kuro su Kaya); tagliati anche Johnny e Yosaku dal Baratie, amici di Zoro e come lui cacciatori di pirati, ma soprattutto Hacchan, uomo-pesce spadaccino al servizio di Arlong che avrebbe dovuto combattere proprio con Zoro ad Arlong Park (personaggio poi che, nell’anime, tornerà molto più avanti nella narrazione con un ruolo più o meno determinante). Oltre ai personaggi in sé, alcune modifiche ci sono state anche nello sviluppo di determinate situazioni, come il bacio tra Kaya e Usopp al loro saluto prima dell’addio (nell’anime restano grandi amici, anche se viene reso alquanto esplicito come tra i due ci sia qualcosa di più forte) o la morte di Merry per mano di Kuro. Questo, nell’anime, viene infatti sì ferito gravemente dal pirata ma riuscirà a sopravvivere per poi concedere la sua nave proprio a Luffy e alla sua ciurma, dedicandogli il nome di Going Merry. Una serie di differenze tra live-action e anime (ce ne sarebbero altre di più o meno valenza narrativa e/o estetica) che rappresenta il necessario compromesso dell’adattamento su schermo, decisamente riuscito nell’obiettivo di modificare senza stravolgere il materiale originale, riscontrando i suoi limiti e problemi ma che si riducono essenzialmente all’impostazione tecnico-visiva e non tanto narrativa.