Recensione – Attack On Titan 4×30, l’ultimo episodio dell’anime

Recensione - Attack On Titan 4x30, l'ultimo episodio dell'anime

Articolo pubblicato il 16 Novembre 2023 da Bruno Santini

Distribuito sotto forma di un unico episodio che ne condensa tre, l’ultimo atto di Attack On Titan è la 30esima puntata della quarta stagione, nonché seconda della terza parte di una Final Season che è stata frammentata nel corso degli anni, fino al gran finale presentato attraverso uno speciale cinematografico dalla durata di 84 minuti. Chi non ha letto il manga ha potuto finalmente rapportarsi al tanto atteso finale che, a distanza di 10 anni dall’inizio della prima puntata di Attack On Titan, arriva a seguito di un percorso straordinario. Di seguito, la trama e la recensione dell’ultimo episodio. 

La trama dell’episodio 4×30 di Attack On Titan

Prima di introdurre la recensione dell’ultimo episodio di Attack On Titan, vale la pena indicare innanzitutto la trama della puntata 4×30, la seconda della terza parte della Final Season. A seguito del sacrificio di Hange, il corpo di ricerca con Reiner e Pieck tenta di fermare il boato della terra attraverso un ultimo attacco ad Eren; dopo essere giunti sul suo dorso, questi iniziano ad affrontare non soltanto il potere del Gigante Fondatore, del Martello e del Gigante d’Attacco posseduto da Eren Jaeger, ma anche i giganti del passato, oltre che quelli appartenuti a Galliard, Berthold, Ymir e non solo: si tratta di giganti che Eren possiede nei sentieri e che può utilizzare per sconfiggere gli altri. Quanto le speranze sembrano essere smarrite, l’arrivo di Falco (che può volare), Annie e Gabi permette di offrire un ultimo grande aiuto nella guerra tra cielo e aria, che porrà fine all’anime di Attack On Titan. 

La recensione dell’ultimo episodio di Attack On Titan 

In molti, tra i lettori del manga e tra gli spettatori dell’anime, condividono un’idea secondo la quale il momento della cantina rappresenti l’apice mai più raggiunto da Attack On Titan nel corso della sua storia. Da quel momento in poi, una narrazione che era stata sì geopolitica, ma che aveva condensato i suoi aspetti entro la presentazione di una sola ideologia (quella dell’isola di Paradis e della sua estenuante lotta contro l’esterno), inevitabilmente la serie ha alzato il tiro, introducendosi in qualcosa di altro e tentando di “livellare” – un termine non casuale, parafrasando Eren Jaeger – la presentazione di un complicatissimo apparato ideologico, parlando di storia e riuscendo anche a presentare un qualcosa di completamente innovativo, per mezzo dei sentieri, dei ricordi del futuro e della commistione tra i tempi, fino a comportare l’annullamento degli stessi. Si offre questo preambolo al fine di parlare meglio di quella che è la recensione dell’ultimo episodio di Attack On Titan, in cui questo aspetto viene – giustamente – portato all’estremo, avendo diviso, e non poco, i lettori del manga, così come gli spettatori. 

 

Chi scrive si trova dalla parte di chi ritiene l’intera ossatura di Attack On Titan un capolavoro che può essere detto tale proprio a partire dalla cantina e dalla decisione di andare oltre quello che, altrimenti, sarebbe stato sì un prodotto perfetto, ma non immortale. Ogni elemento presentato nella serie trova finalmente compimento in un ultimo, grande, atto di umanità all’interno dell’ultimo episodio dell’anime, che giunge a 10 anni di distanza dal primo. Apparirebbe piuttosto superfluo spendere numerose parole a proposito della perfezione dell’animazione che, non a caso, si è affidata a MAPPA per la Final Season di una serie che ha sempre migliorato ognuno dei suoi aspetti tecnici: tutto è assolutamente reso al meglio in un episodio che gestisce i corpi, le figure e i giganti in un equilibrio ideale, reso esteticamente e cromaticamente, oltre che nel senso della narrazione. Nelle scene più concitate e d’azione, naturalmente, l’ultimo episodio di Attack On Titan riesce anche a compiere uno sforzo maggiore dal punto di vista della qualità dell’animazione, spesso affidandosi all’ampio utilizzo della soggettiva per donare maggiore respiro e ritmo, sfruttando l’ormai classico movimento delle figure – mai piatto – per gestire le dinamiche di complessità strutturale. Gran parte dell’ultimo episodio dell’anime si svolge sul dorso del Gigante Fondatore, grazie al quale è possibile un contrasto ideale tra i toni del bianco e le carnagioni delle figure, che si stagliano sullo sfondo di un mondo iconograficamente infernale, grazie all’accentuazione dei rossi e dei colori caldi donati dalla struttura dei Giganti Colossali. 

 

Quanto alla narrazione, se il senso della lotta e della battaglia finale non va oltre quelle aspettative di perfezione che ci si poteva preventivamente figurare (avendo, già in passato, Attack On Titan dimostrato di saper gestire i momenti d’azione come poche altre serie dello stesso genere) è nell’ultimissima sezione dell’episodio che si crea qualcosa di oltre. Lo spettatore, così come gli eldiani, accede finalmente a tutti quei ricordi che Eren aveva deciso di cancellare nel corso della sua storia, svelando finalmente la verità: il piano di sconfitta del mondo e di annientamento dell’umanità era stato più volte dibattuto, spiegato e discusso con Armin, Mikasa e tutti gli altri membri del corpo di ricerca, da sempre – intimamente – consapevoli del proprio destino, seppur non razionalmente memori di quella storia che gli era stata privata. Passato, presente e futuro convergono nei sentieri, attraverso i quali Eren riesce a controllare ogni cosa, gestendo un potere più grande della sua stessa mente e smarrendo, ad un certo punto della sua storia, la possibilità di controllo: è la predestinazione, un aspetto che Attack On Titan ha saputo raccontare perfettamente nel corso degli anni ma che, per la prima volta, decide di spogliare di elementi di volontà o di futili spiegazioni; nulla di ciò che accade, è accaduto o accadrà custodisce un reale senso risolutivo, così come le scelte di Eren (spiegate ora in un modo, ora nell’altro), che sa semplicemente di dover fare quello che fa. In tal senso, la serie riesce a restituire quell’estrema dignità ad ogni personaggio, lasciando spazio – anche nell’ultimo episodio – agli scorci di umanità; se è vero che vivere non ha davvero senso, in fondo, è la reiterazione di un solo gesto felice a restituire alla realtà il suo motore. 

 

In uno dei momenti più significativi dell’episodio, in cui ogni figura che si staglia sullo sfondo si colora di grigio e un neonato, che tenta di venire salvato in ogni modo per non essere condannato alla scomparsa, resta nei suoi colori accesi, si intravede tutta quella delicatezza e quel profondo senso esistenzialista che la serie ha mantenuto nel corso del tempo: anche quella che sembra essere cattiveria è, in fondo, l’unica risposta possibile alla realtà da parte di un essere umano. In fondo, Eren agisce al pari di un dittatore che condanna l’80% dell’umanità alla scomparsa, gli esseri umani continuano a farsi guerra fino (e oltre) alla fine: quella speranza che ci si illude di conservare non esiste davvero, per cui morire – come afferma Zeke – non ha davvero senso, se non nell’offrire l’altra faccia dell’esistere. Eppure, in quel profondo atteggiamento che apparirebbe quasi nichilista, si innesta la consapevolezza del reale da parte di chi Attack On Titan l’ha concepito e realizzato: una vita, una storia, che ritorna ad essere sempre la stessa, nietzscheianamente parlando, ma che proprio per questo va vissuta. 

A noi, fra 2000 anni

Un viaggio lungo 10 anni, pur con una serie di suddivisioni che sono apparse talora grossolane, è quello vissuto da tutti coloro che possono dire di essere cresciuti con Attack On Titan, osservando la prima puntata dell’anime a seguito del grande successo dei primi volumi del manga e proseguendo fino al 4 novembre 2023, data in cui l’ultimo episodio del celebre anime è stato presentato – condensando tre puntate – sotto forma cinematografica. Un viaggio che ha permesso di vivere nella prospettiva di ogni personaggio dell’anime stesso, non risparmiando il giudizio, l’accettazione, la critica o la condivisione di un ideale sempre variabile, sempre mutevole, immedesimandosi talvolta nell’uno, talvolta nell’altro aspetto di quella realtà presentata. L’ultimo episodio di Attack On Titan giunge a seguito di un processo di costruzione inarrivabile per molti aspetti e che, nei fatti, ha permesso alla serie di costruire – volta per volta – un’ossatura sempre più varia, capace di adattarsi alla storia del tempo e di andare oltre il tempo stesso; nei fatti, la Final Season di Attack On Titan evade rispetto ad ogni canone storico-tradizionale di narrazione, rifugiandosi in un aspetto di a-temporalità che ha permesso di sacrificare qualsiasi punto di riferimento, attirando sì anche molte critiche, in nome di un’idea altra. 

 

Ed è proprio a partire da questo aspetto che si presenta la recensione dell’ultimo episodio di Attack On Titan; la domanda che in molti si ponevano, nel momento in cui si rapportavano con gli ultimi atti dell’anime, era: riuscirà ad esserci finalmente la spiegazione di un processo così tanto vasto e stratificato, che va oltre gli apici che Attack On Titan aveva raggiunto nella sua storia e oltre i quali la serie ha deciso di introdursi? La risposta è no, e questo è il motivo della sua perfezione: Attack On Titan non è soltanto un anime o una serie, è un prodotto che vuole giungere oltre l’idea di spiegazione della realtà, diventando egli stesso egida di quel reale che opprime e che condensa tutto entro etichette, dicotomie, banalizzazioni etimologiche, spiegazioni e significazioni. È un mondo di realtà che non vuole essere reale e che, per mezzo di un aspetto fantasy che viene reiterato ed esagerato sempre più, spiega ciò che viene perfettamente riassunto in una frase che Eren pronuncia ad Armin, sul finire della grande opera: “C’è grande caos nella mia testa”. L’ultimo episodio di Attack On Titan segue quel che la serie è sempre stata, riuscendo ad alzare il tiro per l’ultima, non necessariamente ennesima, volta, regalando allo spettatore quel sacrosanto diritto di complessità e di evasione dalla semplicità, quella modalità di accesso al reale che passa solo ed esclusivamente attraverso il caos, quella cupa realizzazione di un desiderio intimo (quasi carnale) che appartiene ad ogni essere vivente, ma che non si materializza per effetto di quella sovrastruttura etica di cui la serie, puntata dopo puntata, è riuscita a spogliarsi. Parlare di storia, parlare di politica e parlare di ideologia è un qualcosa che non appartiene a tutti; parlarne bene è un qualcosa che appartiene a pochi: incarnarne il senso è un elemento che può derivare soltanto dalla perfezione. Quest’ultimo episodio di Attack On Titan, nei fatti, è semplicemente perfetto. 

Voto:
5/5
Gabriele Maccauro
5/5
Matteo Farina
4.5/5
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