Articolo pubblicato il 10 Giugno 2024 da Christian D’Avanzo
Eileen è un film distribuito dalla Lucky Red nei cinema italiani a partire da giovedì 30 maggio 2024. Si tratta di un lungometraggio diretto da William Oldroyd, con protagoniste Thomasin McKenzie e Anne Hathaway, la cui durata è di circa 97 minuti. L’intento dichiarato sin dall’incipit del film è di ricreare esteticamente un noir d’epoca, ma effettivamente sarà riuscito il regista nel suo intento? Seguono la trama e la recensione di Eileen.
La trama di Eileen, film con Thomasin McKenzie e Anne Hathaway
Eileen è un film thriller, noir che presenta un mistero legato indissolubilmente alla psicologia della protagonista, chiamata come suggerito dal titolo proprio Eileen. Ma di cosa parla il lungometraggio con Thomasin McKenzie e Anne Hathaway? La trama:
Nella Boston degli anni ’60 Eileen (Thomasin McKenzie), una ragazza timida e quasi invisibile agli occhi altrui, vive in una squallida casa e lavora in una struttura carceraria. Condivide la casa con il padre violento e alcolista, mentre sul posto di lavoro è stata emarginata dai suoi colleghi. Le cose cambiano con l’arrivo di Rebecca (Anne Hathaway), la nuova psicologa del carcere che si unisce al personale della prigione. Elegante e disinvolta, ma dipendente dall’alcol, Rebecca affascina con la sua personalità sin da subito Eileen e grazie a lei sembra vedere una luce nell’oscurità della sua vita. Tuttavia, l’amica la trascinerà in qualcosa di davvero pericoloso, che potrebbe distruggere completamente la sua vita.

La recensione di Eileen: vorrebbe essere un noir d’epoca ma finisce col presentare tutti i difetti tipici della modernità
William Oldroyd prova a ricreare nell’estetica un noir d’epoca, e lo fa sia attraverso la fotografia che attraverso la comparsa dei titoli di testa/coda, caratterizzando in pochi minuti la protagonista la quale dà il titolo al film. Eileen reprime la sua sessualità, i suoi desideri più intimi, li proietta mentalmente per far sì che lo spettatore possa sapere ciò a cui sta pensando o addirittura ambendo in delle precise sequenze del lungometraggio. L’elemento onirico, d’altronde, è un archetipo vero e proprio del noir, e tantissimi registi ci hanno costruiti i loro lavori, da Fritz Lang in La donna del ritratto (1944) fino a David Lynch in Mulholland Drive (2001). Partendo dal rapporto tra due donne, due potenziali femme fatale come le protagoniste del capolavoro lynchiano per eccellenza, Eileen si pone come un film dove tutto è possibile poiché il personaggio interpretato da Thomasin McKenzie si ritrova in una condizione sociale soffocante e deprimente. L’unico modo per evadere da una realtà del genere è proprio proiettare il proprio Io all’esterno, cercando quindi di dar sfogo a quelle che sono delle repulsioni alimentate verso il padre: d’altronde, tutti quanti vorrebbero uccidere il proprio padre, suggerisce Eileen in una conversazione con Rebecca.
Sembrerebbe un malessere dato dai possibili traumi instillatisi nella ragazza per colpa del genitore, un racconto di potenziale vendetta per il dolore causatole nel corso degli ultimi anni, soprattutto dopo la morte della madre. Ecco che allora Rebecca, personaggio interpretato da Anne Hathaway, potrebbe a sua volta essere un alter-ego della stessa Eileen, un doppio astratto di cui avverte la necessità per fuoriuscire concretamente da una situazione gravosa esistenzialmente parlando. L’insoddisfazione per ciò che (non) si vive tutti i giorni, la pesantezza di doversi prendere cura di una persona che si finisce per odiare, l’essere invisibile agli occhi degli altri, sono tutti elementi che portano la protagonista a tentare l’ultima carta per ottenere la tanto ambita sopravvivenza. Il problema sorge quando tali fattori diventano tante infinite ipotesi: in Eileen tutto diventa possibile poiché ci si nasconde dietro l’onirismo di fondo. Non c’è un reale coraggio di dare allo spettatore un qualcosa di definito, parallelamente all’assetto sognante tipico del noir, e allora si finisce con l’assistere a un cervellotico, ripetitivo e inconcludente schema, un mero artificio che possa accompagnare l’obiettivo – a questo punto prioritario – di riprendere esteticamente il cinema del passato.
Il regista si rifà ai titoli sopracitati, ci inserisce un pretesto alla Repulsion (1965) di Polanski e qualche specie di omaggio ad Hitchcock, a partire proprio dal nome di Rebecca. Il thriller psicologico viene banalmente ridotto a una serie di proiezioni mentali di cui non si può far altro che prendere atto, ma ai fini dell’andamento della trama non hanno alcuna incisività. Il noir magari può essere ripreso filologicamente ed esteticamente, tra (due?) femme fatale e una fotografia che vive tendenzialmente di chiaroscuri, eppure in termini narrativi non crea mai nulla di tangibile. Infatti, Eileen appare un prodotto monotematico che supporta la tesi per la quale i personaggi femminili si liberano del fardello degli uomini per autoaffermarsi, tuttavia promette una tensione sessuale ed un’ambiguità erotica culminate in poche scene piuttosto caste e persino eccessivamente freudiane.
Si tratta di difetti moderni che contraddistinguono vari altri film del genere, che tentano pedissequamente di ricreare il passato in un atto postmoderno, nel senso più negativo del termine: tutto è mera citazione, tutto è al servizio dei personaggi i quali devono per forza scioccare gli spettatori. Anche il finale appare incredibilmente pretestuoso, un colpo di scena gratuito e semplicistico che risolve in men che non si dica una situazione alquanto complessa sia dal punto di vista psicologico che sociale. Eileen vorrebbe appartenere ad un filone elitario, tenterebbe di realizzare una specie di analisi umana che colleghi il passato con il presente, ma in fin dei conti resta vittima dei suoi desideri esattamente come la protagonista e crede di potersi elevare mostrando esplicitamente quanto contenuto nell’inconscio della ragazza. Il vedo-non vedo è un gioco molto più raffinato di quanto non si pensi, e non tutti riescono nella messa in scena, specie quando c’è da portare avanti una narrazione apparentemente districata.