Articolo pubblicato il 14 Giugno 2024 da Christian D’Avanzo
Dopo i suoi due film, rispettivamente Miele (2013) ed Euforia (2018), entrambi presentati a Cannes nella sezione Un Certain Regard, Valeria Golino torna dietro la macchina da presa per dirigere una miniserie TV prodotta da Sky Studios e HT Film. L’arte della gioia è un prodotto seriale basato sull’omonimo romanzo di Goliarda Sapienza, scritto dall’autrice nel 1976 e la cui prima parte è stata pubblicata nel 1994, mentre l’edizione integrale nel 1998. In virtù dei 100 anni dell’autrice siciliana, la quale è scomparsa nel 1991, la Vision Disitribution ha deciso di distribuire L’arte della gioia in esclusiva al cinema in due parti: la prima è stata presentata nelle sale il 30 maggio 2024, la seconda il 13 giugno dello stesso anno. La miniserie TV è stata presentata anche in anteprima mondiale al Festival di Cannes 2024, ma siccome si tratta di un testo scritto in prima persona e talvolta in terza, i registri linguistici variano continuamente: sarà riuscita la Golino, sceneggiatrice e regista, a tirare fuori il meglio da questo prodotto? Segue la recensione di L’arte della gioia.
La trama di L’arte della gioia, miniserie TV di Valeria Golino
L’arte della gioia è una miniserie TV ambientata nella Sicilia del Novecento, ma di cosa parla effettivamente? La trama:
“Si tratta della storia di Modesta, una giovane donna che, sin da bambina, lotta contro le imposizioni sociali e il desiderio di una vita diversa da quella a cui è destinata. La sua ribellione la porterà a confrontarsi con le convenzioni dell’epoca, a scoprire la propria sessualità e a inseguire il sogno di libertà.”
La recensione di L’arte della gioia: quando la seduzione fornisce impulsi alla narrazione
L’arte della gioia è una miniserie TV che nel panorama italiano si dimostra in linea con alcuni prodotti recenti (L’amica geniale, di cui ripropone anche stilemi simili), ma le sue ambizioni rispetto a quest’ultimi vorrebbero essere maggiori per colpire nel segno. Il lavoro svolto sulla protagonista appare suggestivo in quanto in fase di scrittura l’evoluzione graduale emerge passo dopo passo, ma anche morte dopo morte, per risultare ancora più macabro. Modesta sin da bambina non si sente tagliata per la vita da contadina, viene sottoposta a delle brutalità che inevitabilmente turbano e turberanno in via definitiva la sua psiche, modellando la sua personalità sia nell’ambito privato che nella sfera relazionale. La caratteristica più evidente dei primi episodi, ma poi ripresa anche negli ultimi, è quella di utilizzare i flashback per costruire parallelismi tra il presente e il passato della giovane donna. Appaiono allora evidenti le motivazioni per le quali Modesta avverte il bisogno di elevarsi a qualcosa di più, ma i desideri di istruirsi e di ottenere la tanto ambita libertà possono essere soddisfatti scalando le gerarchie. Dunque, ci si trova di fronte un personaggio femminile moderno che sfida le convenzioni sociali dell’epoca (la Sicilia del Novecento) fino ad occupare un posto privilegiato per cui ha dovuto lottare su più fronti.
Innanzitutto, come ammette lei stessa parlando alla macchina da presa e confessando i suoi peccati, quasi come se volesse espiare ciascuno di essi, per compiere delle scelte forti si è trovata costretta a nutrire l’odio come sentimento dominante; ciò ha suscitato in lei un insieme di sensi di colpa non facili da gestire nel corso della propria esistenza. Più volte la si vede minacciare la sua ombra, una proiezione di sé con cui può sfogarsi, un negativo che, minaccioso, la segue costantemente negli anni e che riaffiora in ciascuna situazione definibile come estrema o subito dopo aver realizzato un’azione umanamente spregevole. Da un lato, dunque, sono le morti causate da Modesta a generare turbamenti psicologici, ma dall’altro la narrazione è continuamente sollecitata dalla centralità dei corpi. Nel primo caso è appropriata la scelta di far ricorso alle storie di fantasmi siciliane, dove per l’appunto sono le vittime a presentarsi in un atto surreale alla protagonista, ed una dopo l’altra ne incarnano il tormento. Per quanto riguarda il secondo aspetto, c’è da dire che L’arte della gioia trae continuamente impulsi dalla seduzione e dall’erotismo: la bisessuale Modesta vuole scoprirsi, tant’è che in convento ha voglia di specchiarsi per sapere come è fatta, ma pian piano si costruisce una sicurezza e una consapevolezza tali da tirar fuori la gioia dagli altri per fini però egoistici (come da titolo): tutto ruota attorno al suo voler essere libera. Ciò implica che, ad esempio, in alcuni uomini scaturisce il desiderio, anche troppo ossessivo (Rocco), mentre in altri alimenta il rispetto (Don Carmine) per la sua forza, le donne la ammirano e si affezionano a lei al punto da amarla (Beatrice). Quando diventa principessa, invece, cerca di far felice la servitù per diffondere il buonumore, ma sempre per i suoi comodi: imita gli altri, si eleva socialmente, si comporta come una nobildonna, una dama di corte, almeno nelle apparenze, ma nel privato resta libera e fa ciò che vuole.
Tutto ha comunque un’unica finalità ed è la sua personalissima gioia-libertà, seppur Modesta stessa cade in tentazione e si innamora, soffre e agisce ugualmente con lucidità per non perdere di vista l’obiettivo. Il suo corpo è quindi il vero propulsore della miniserie, è l’oggetto del desiderio e al contempo l’arma tramite la quale si può elevare socialmente. La giovane protagonista matura sempre di più con il passare del tempo (e del minutaggio), e pur essendo un agente del caos non si perde mai d’animo, bensì manipola gli altri attraverso sguardi, gesti, provocazioni fisiche e talvolta verbali. Tecla Insolia svolge un lavoro sublime nel conferire profondità a Modesta, ne incarna la sensibilità, la glacialità, la passione e la determinazione, cattura l’attenzione degli spettatori senza concedersi fastidiosi eccessi, tantomeno apparendo teatrale. Non è una banalità siccome moltissimi attori italiani il più delle volte provengono dal teatro e non riescono a scindere le due tipologie di recitazione. Valeria Bruni Tedeschi come principessa Brandiforti è altrettanto memorabile, ed il contrasto tra le due viene fuori in quanto Modesta rappresenta la vita mentre la sua controparte resta attaccata morbosamente alla morte.
In linea di massima è l’intero cast ad offrire performance di alto livello, quindi la Golino e Gelormini si dimostrano abili non solo nel comporre inquadrature pittoresche ed evocative, tanto da citare quadri e film, bensì nel dirigere numerosi attori forgiando ciascuno sulla base dei personaggi in scena. A proposito della regia, in combinazione con la fotografia vengono ricreati chiaroscuri, controluce e ombre degne di un film noir, la cui profondità è in grado di costruire autonomamente il significato delle specifiche scene. Tra le citazioni più evidenti, a parte quella a Sant’Agata e ad un suo dipinto come donna martire che ha subito mutilazioni (e da cui Modesta intende distaccarsi), cinematograficamente parlando risalta quella degli specchi alla Quarto Potere, anche perché la protagonista compie una scalata sociale alla “Citizen Kane”, ovviamente con le dovute proporzioni e differenze. Insomma, L’arte della gioia è ambiziosa, Modesta è un personaggio ammaliante, contemporaneo, ricco di sfumature, oscuro e perciò avvincente, ma probabilmente per elevare questo audace prodotto si sarebbe dovuto spingere di più.
Il montaggio delle volte è discontinuo e inutilmente caotico, sgraziato; le musiche di Tóti Guðnason (Lamb) sono efficaci e d’impatto, ma potrebbero risultare ripetitive e a tratti stucchevoli; i corpi e l’erotismo che ne deriva sono sì centrali, ma la provocazione non può essere ridotta solo a quello. Nella messa in scena la miniserie TV di Valerio Golino è senz’altro allettante, eppure l’andamento degli episodi risente della forse eccessiva schematicità in cui vengono proposte le situazioni, specie quelle simili tra loro, e allora si poteva rendere la visione maggiormente disturbante facendo ricorso ai pochi elementi onirici presenti. Ci sono sequenze gotiche notevoli, ed è un peccato che il suddetto fattore venga sacrificato per proporre allo spettatore eventi alla lunga ridondanti, seppur sempre ben costruiti. Giocare in termini estetici e narrativi con la complessità d’animo di Modesta avrebbe sicuramente giovato all’intero prodotto, e in tal caso L’arte della gioia sarebbe risultata libera e anarchica a 360° come la protagonista. Il ritmo è comunque ben equilibrato nonostante le vicende si svolgano perlopiù in ambienti chiusi e con azioni di conseguenza limitate; le parole e i corpi dialogano tra loro, quindi l’evoluzione di uno spirito eternamente libero è qui discretamente raffigurata. Anche la rappresentazione dell’influenza spagnola e i continui rimandi al COVID rendono la seconda parte dinamica e affascinante nella sua modernità. Con qualche innesto in più preso dalle storie di fantasmi siciliane e con un maggior numero di passaggi onirici dello stesso livello di quelli presenti, L’arte della gioia è una miniserie TV che avrebbe inciso con decisione, ma pur essendo un ottimo prodotto non si distanzia poi troppo da altri titoli presenti sul mercato italiano.
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