Articolo pubblicato il 25 Ottobre 2024 da Christian D’Avanzo
Film horror canadese appartenente al sottogenere dello slasher, In a Violent Nature è un prodotto indipendente scritto e diretto da Chris Nash. Presentato in anteprima mondiale al Sundance Film Festival il 22 gennaio 2024, nello specifico nella sezione Midnight, il lungometraggio è stato rilasciato nelle sale in Canada e negli Stati Uniti a partire dal 31 maggio dello stesso anno. Per quanto riguarda l’Italia, al momento non si sa nulla sulla possibile distribuzione al cinema e/o in streaming, ma per fortuna l’opera di Nash è stata selezionata per il concorso della 24esima edizione del TOHorror Fantastic Film Fest, ed è stata proiettata il giorno 23 ottobre presso il Cinema Massimo di Torino. Entrando nello specifico: com’è In a Violent Nature? Di seguito la trama e la recensione del film.
In a Violent Nature: la trama del film horror di Chris Nash
In a Violent Nature è ambientato in un bosco di Ontario (Canada), nel quale è stato sotterrato un serial killer immortale di nome Johnny. Mosso dal desiderio di vendetta e da un istinto pluriomicida quasi implacabile, l’assassino è il vero protagonista del film di Chris Nash: la macchina da presa segue i suoi passi con costanza mentre sferra i suoi colpi uno dopo l’altro, e in modi davvero brutali. Un gruppo di teenager lo ha risvegliato per sbaglio entrando in possesso della collana che una volta apparteneva alla madre di Johnny, e ora lui sente il bisogno di riprendersela.

La recensione di In a Violent Nature: una vera perla in grado di offrire un nuovo sguardo nel panorama dello slasher
“L’attesa è essa stessa il piacere.”
Questo aforisma prende letteralmente vita nel nuovo horror canadese In a Violent Nature, poiché quello che potrebbe sembrare un superficiale esercizio di stile rispecchia invece, e alla grande, alcuni elementi tipici della contemporaneità. Si parte dal tradizionale scenario che vede un ambiente circoscritto, in questo caso un bosco, con un gruppo di teenager problematici e un leggendario serial killer da loro risvegliato. Abitualmente c’è da attendere diversi minuti prima che il villain di turno faccia la propria entrata in scena, o al contrario, nel caso di recenti remake come Venerdì 13 (2009) e La casa (2013), la violenza pervade lo schermo nell’incipit per poi tornare nella fase successiva alla presentazione del dramma dei personaggi. Il regista e sceneggiatore di In a Violent Nature, Chris Nash, elabora ancora un’altra proposta e fissa la macchina da presa al punto di vista del mostro pluriomicida del film di nome Johnny. Al di là di ogni discorso legato alla claustrofobia del 4:3, ciò che più affascina di questo soggetto è il modo con cui è stato sviluppato: a costruire la tensione sono i movimenti compiuti dall’occhio dell’obiettivo, il quale dà il via all’azione non appena l’oggetto del desiderio (la collana della madre scomparsa del serial killer) viene rimosso dal suo “scrigno”.
Pur non essendo un evento così raro quello di avere un’idea originale, è difficoltoso elaborarne con intelligenza i connotati. In a Violent Nature, da questo punto di vista, risulta una vera perla in grado di offrire un nuovo sguardo nel panorama slasher, sottogenere che negli ultimi anni ha sofferto di trasposizioni commerciali fin troppo stantie e il più delle volte noiose. Il film concepito da Chris Nash si basa sull’intuizione di raccontare gli eventi dall’esclusivo punto di vista del serial killer, senza però limitarsi soltanto a seguire i passi lenti e ben distesi di Johnny, ma gestendo abilmente lo spazio e il tempo della narrazione. Certo, sul piano concettuale si tratta di un remake non dichiarato di Venerdì 13, eppure In a Violent Nature è di gran lunga superiore a tutte quelle inutili e ingombranti riproposizioni di stilemi, topoi e omicidi legati in maniera più diretta al noto franchise horror. In tal senso, l’uso del trucco e la vistosa artigianalità degli effetti funzionano alla perfezione: la brutalità a cui lo spettatore è costretto ad assistere è sia spettacolarizzata che pragmatica, comportando degli effetti verosimilmente comici per quanto stranianti. Inoltre, tornando all’aforisma citato in partenza, la durata delle inquadrature è ben dosata così da permettere al mostruoso killer di manifestare tutto il suo sadismo uccisione dopo uccisione. Chi guarda non può far altro che attendere l’inevitabile. D’altronde, come suggerisce il doppio significato del titolo, la violenza prende sì forma in natura, ma anche e soprattutto nell’immaginazione dello spettatore.
Infatti, l’assurdo è che non si vede l’ora di osservare quanto pensato precedentemente alle immagini effettive, ovviamente con modalità bestiali, siccome si sta pur sempre guardando uno slasher. Da un lato c’è allora l’induzione alla riflessione sulla natura stessa della violenza insita come aspetto irrazionale e contradditorio in ciascun individuo, seppur in proporzioni differenti, mentre dall’altro si prende parte ad una narrazione gamificata ambiguamente seducente. Non si conoscono le singole storie dei personaggi, il che rappresenta un taglio salvifico per la visione: a differenza di tanti slasher banali, qui non ci sono né spazio né tempo per l’azione di teenager in preda agli ormoni o alle crisi identitarie, che li porta a comportarsi stupidamente nei momenti clou. Anzi, l’accurata gestione dello spazio consente di ammirare da varie angolazioni (da dietro, dall’alto, in campo e controcampo) la dicotomia tra omicida e vittime, da sempre presente in certi lungometraggi dell’orrore, seminando informazioni utili alla graduale composizione della storia.
In a Violent Nature sembra rifarsi al videogioco online per Playstation 4 dedicato a Jason, ossia Friday the 13th: The Game, dove la suddetta scissione è un luna park all’insegna del sadico divertimento. Ciò che percepisce Johnny viene assorbito anche dallo spettatore, ed ecco che il linguaggio videoludico viene sapientemente ibridato a quello cinematografico. Il killer rinasce “spawnando” da terra, va alla ricerca dell’oggetto del desiderio e per raggiungerlo si fortifica raccogliendo armi, indossa una maschera (come da tradizione), si rialza dopo aver subito un colpo e addirittura si “bugga” per l’eccessiva foga impiegata. Terminato il percorso non c’è nemmeno spazio per la tipica corsa alla final girl, che nel finale del film di Chris Nash ha un ruolo marginale ma decisivo, imprimendo al film – come se fosse un videogioco – una circolarità inevitabile e indissolubilmente legata alla (naturale) violenza.