Articolo pubblicato il 20 Febbraio 2025 da Giovanni Urgnani
Presentato in anteprima internazionale alla settantaseiesima edizione del Festival di Cannes, sezione Quinzaine des Cinéastes, distribuito nelle sale cinematografiche statunitensi il 1° dicembre 2023, mentre in quelle italiane a partire dal 12 dicembre 2024, grazie al supporto di I Wonder Pictures. Il lungometraggio segna l’esordio dietro la macchina da presa del direttore della fotografia Sean Price Williams, mentre tra i protagonisti figurano i giovani attori: Jacob Elordi (Priscilla) e Ayo Edebiri (Bottoms). Ma qual è il risultato di The Sweet East? Di seguito la trama e la recensione del film.
The Sweet East, la trama del film di Sean Price Williams
La pellicola è prodotta dalle etichette indipendenti Base 12 Productions e Marathon Films, dal 7 febbraio 2025 è disponibile nel mercato italiano in streaming sulla piattaforma digitale MUBI. Attualmente sul noto aggregatore Rotten Tomatoes ha ottenuto l’81% di recensioni positive. Ma di cosa parla quindi The Sweet East? Di seguito la trama ufficiale del film diretto da Sean Price Williams:
“Lillian è in gita scolastica a Washington D.C., ma un pazzoide fa irruzione nel ristorante dove sta mangiando, e la nostra eroina è separata dal resto della classe. Fugge attraverso un tunnel sotterraneo con un attivista anarchico, si ritrova a una festa di sbandati e bolscevichi, scappa di nuovo e finisce tra le braccia di un accademico neonazista, appassionato di cinema muto, Friedrich Nietzsche ed Edgar Allan Poe. Lillian lo seduce, almeno finché non mette gli occhi su un ghiotto bottino, e allora se la dà a gambe con la refurtiva, incappando però in due filmmaker newyorkesi. La ritroviamo sul set di un film in costume à la James Ivory, diretto da un’afroamericana radical chic, finché non è tempo per l’avventura successiva, in una comunità di integralisti islamici.”

La recensione di The Sweet East, con Jacob Elordi e Ayo Edebiri
Molti registi rimasti negli annali della storia del cinema hanno fatto ricorso al titolo antitetico per dar maggior impatto al contenuto presente nelle loro opere. Il primo che viene in mente non può essere se non uno dei capolavori più importanti della “Settima arte” italiana e oltre: La dolce vita (1960), di Federico Fellini; oppure si potrebbe menzionare il quasi recente Un mondo perfetto (1993) firmato da Clint Eastwood, con protagonista il premio Oscar Kevin Kostner. Fin dalla prima scena, si percepisce come nella pellicola d’esordio alla regia di Sean Price Williams di dolce in questo Est degli Stati Uniti non ci sia assolutamente nulla; un road movie dall’aspetto semplice e ridimensionato, capace però di presentare uno spaccato inquietante e spaventoso della società (americana) contemporanea, dal contesto desolante e privo di qualsiasi riferimento.
Protagonista di questo “teatro orrorifico” è la gioventù: il suo punto di vista viene descritto dall’inizio alla fine tramite il personaggio di Lillian, caratterizzata nello sguardo e nell’espressione da un’apatia e da un distacco disarmanti. Giovani come lei sono decisi a fuggire da una realtà che non li rappresenta più, o sarebbe meglio dire mai capace di rappresentarli, un girovagare a vuoto privo di una vera meta e uno scopo, dove invece di trovare opportunità trova solo pericoli ed ostacoli. Si sente profondamente la mancanza di una guida, di un riferimento solido su cui poggiarsi, il nucleo familiare risulta ormai sgretolato, mentre il sistema educativo istituzionale si preoccupa di riportare le lancette dell’orologio della Storia sempre più indietro; ciò comporta l’avere dei ragazzi a cui non fa più effetto nulla, senza strumenti per costruirsi una propria identità e soprattutto senza provare la consapevolezza dell’errore, poiché non c’è nessuno a indicargli la strada, non c’è nessun in grado di correggerli costruttivamente.
Con un presente così allo sbando, il pensiero sul futuro non può che spaventare ulteriormente, in particolare in questa America colma d’estremismi e precarietà, cresciuti all’interno di un crogiuolo d’etnie mai veramente in grado di amalgamarsi; al contrario, convivono come corpi estranei dentro un unico confine, in teoria sì sotto la stessa bandiera, ma all’atto pratico svuotata di significato, in un Paese che di unito ha da sempre avuto solo e soltanto il nome. Quando ci si trova a valutare il primo film di un regista, di solito è sempre cosa buona e giusta giocare di prudenza nella valutazione finale, aspettando con pazienza lo sviluppo dell’eventuale carriera futura e il raggiungimento della piena maturità.
Ma per la pellicola in questione ci si può sbilanciare con entusiasmo: un’opera in grado di destabilizzare l’animo dello spettatore, una volta colto il suo senso e la sua essenza; un capolavoro sapientemente gestito nel ritmo e nella suddivisione degli episodi, in cui la macchina da presa non spreca nemmeno un fotogramma, come le tessere di un mosaico, tagliate su misura e unite assieme, per poi nascondersi a vantaggio della visuale totale. Il finale chiude perfettamente il cerchio, figura geometrica adatta a simboleggiare il prodotto stesso, l’idea del movimento a vuoto, senza comportare uno spostamento concreto, facendo percepire il disagio di essere al punto di partenza, con la medesima voglia di fuggire da dove si è appena ritornati, almeno finché il dramma non verrà risolto (se mai verrà risolto).