Flop dei film d’autore e dei super-cast: perché non riescono più ad avere grande successo?

I film d’autore floppano al botteghino, poco importa il nome del regista. Come mai?

Articolo pubblicato il 12 Aprile 2024 da Bruno Santini

Inutile girarci attorno: i film d’autore non incassano più! Le cause sono diverse e le lacune per far fronte alla situazione, al momento tardano ad arrivare. Bisogna partire con la considerazione che attualmente c’è la seria possibilità di una divisione tra i blockbuster e i film virgolettati come “da Oscar”. Poco importa se al timone di un progetto ci sia Del Toro, Spielberg o Scott, e sembra non incidere la presenza di nomi illustri a comporre il cast; persino Scorsese non attira più pubblico dalla sua. Il cinema d’autore, in primis, non interessa. Ecco l’approfondimento sulle cause e le possibili soluzioni, analizzando gli ultimi flop dei film d’autore.

Flop dei film d’autore, le cause

L’avanzamento tecnologico ha permesso alle persone di potersi munire di importanti impianti home-video per godersi al meglio l’intrattenimento, dal cinema alle serie, senza escludere lo sport. Al contempo, le sale troppo spesso, guardando soprattutto alla situazione italiana, non riescono a rinnovarsi come accade in realtà come Dubai: poltrone più larghe e più comode, possibilmente reclinabili; schermi sempre più grandi; proiettori 4k come standard; impianto sonoro da paura, con diffusori da almeno 7.1. Se a casa il dolby surround, i lettori e i televisori al plasma 4k sono diventati il minimo, e a prezzi nemmeno proibitivi, al cinema europeo e statunitense manca il rinnovamento. Consequenziale è la questione streaming: Netflix, Amazon Prime Video, Disney+, Paramount+, Apple Tv, iniziano a diventare tanti servizi legali su cui usufruire della visione di qualità di moltissimi film e serie tv. Hanno iniziato a guadagnare talmente tanto queste piattaforme, da dare vita a delle vere e proprie produzioni cinematografiche, o comprando i diritti di distribuzione in “direct to”. Gli spettatori allora, ci riflettono due volte prima di decidere se portare tutta la famiglia al cinema, pagando cifre anche sui 40 euro includendo pop corn e bibite; l’alternativa è il divano di casa, con un impianto home-video di qualità che possa soddisfare anche i palati più fini. Senza dimenticare che si può stoppare, fare altro, per poi riprendere la visione. Inoltre, in realtà provinciali mancano i cinema; ciò comporterebbe usare la macchina o mezzi pubblici, spendere qualcosina in più per i costi di trasporto, e arrivare in centro dove ci sarà un multiplex che proietterà il film desiderato.

 

Un’altra causa da non sottovalutare è l’educazione culturale nei confronti della settima arte: il cinema non è ancora visto al pari delle altre arti. Questo è un fatto, e lo si evince dalla mancanza di corsi obbligatori sulla storia del cinema nelle scuole. In Italia è abbastanza in voga il cineforum, ma per gli studenti e per qualche professore è solo un’opportunità per perdere una giornata ‘normale’ di lezione. La concezione del cinema è allora relegata al mero intrattenimento, allo “spegnere il cervello” per potersi godere immagini in movimento accompagnate dal suono e nulla di più. Non c’è interesse nell’approccio accademico, non interessano i classici e tanto meno qualsiasi pellicola NON CULT che risalga a prima degli anni 2000. Al massimo, e questo lo si deve all’influenza del linguaggio seriale, in sala si va per l’evento del blockbuster/kolossal a cui il pubblico è affezionato perché tratti da bestsellers o dai fumetti. I Marvel Studios sono riusciti in tal senso a creare fidelizzazione sia al cinema che in televisione ormai, trasformando la figura del nerd da “sfigato” a popolare, e rendendo eventi unici con tanto di urla da stadio in sala per film corali come Avengers: Endgame e Spiderman No Way Home; ma anche i fedelissimi di Harry Potter hanno fatto sì che la riedizione del primo capitolo della saga andasse davvero bene al botteghino. Le serie tv sono ben più apprezzate e seguite dei film, dato che si offre la possibilità, a chi ne usufruisce, di affezionarsi ai personaggi protagonisti e di ipotizzare come andrà un determinato evento, generando chiacchiericcio sul web e sui social. Il trend su quest’ultimi è fondamentale, che siano tweet o post Instagram, ma hanno rilevanza anche i forum creati appositamente dal fandom del prodotto in questione.

I film d’autore floppano al botteghino, poco importa il nome del regista. Come mai?

I casi flop di The Last Duel, Nightmare Alley – La fiera delle illusioni, House of Gucci, West Side Stoy e Amsterdam

Storicamente sono sempre esistite le majors maggiori e le major minori appartenenti alle prime, con divisioni interne volte al lancio di produzioni principali e produzioni indipendenti. Un esempio è la Disney Pictures che parallelamente ai suoi progetti primari e coerente con la linea editoriale della multinazionale, acquisì la Miramax negli anni ’90, con cui produceva film indipendenti con un’impronta autoriale, tentando anche di strappare nominations a qualche premio ambito, tra cui gli Oscar. Attualmente al posto della Miramax, in casa Disney c’è la Fox a proseguire questi obiettivi. La produzione dei film d’autore non passa solo per queste major indipendenti, ma è fondamentale l’apporto delle piattaforme sopracitate. Scorsese, Del Toro, Soderbergh, Scott, e tanti altri autori hanno trovato spazio con le loro opere soltanto grazie a Netflix, Disney+, gli Amazon Studios e così via. Chi avrebbe mai prodotto e distribuito The Irishman? Film d’autore di 3 ore e mezza. Poco importa del cast corale con De Niro, Al Pacino e Joe Pesci.

Il problema principale della produzione e della distribuzione in sala dei film d’autore, oltre alla finestra troppo breve tra sala e streaming, è l’atteggiamento rassegnato dei produttori. Impossibile non considerare l’incisività del marketing e delle pubblicità, specie se legate a sponsor e prodotti rilevanti per la società. Se per i blockbuster i teaser, i trailer, gli sponsor quali automobili e oggetti vari, sono un piano di marketing martellante per far sì che chiunque possa notare il titolo in uscita, al contrario sono numerosi i film d’autore che vengono distribuiti in sala nell’ombra più totale. Palese dunque che i primi a non credere negli incassi siano le case di produzione stesse. L’esempio di Amsterdam è calzante poiché, con un cast che include dalla vecchia generazione alla nuova, con Robert De Niro e Chris Rock, passando per Christian Bale, Margot Robbie, Rami Malek, John David Washington e chi più ne ha più ne metta, non c’è stata copertura mediatica. Amsterdam è stato finanziato dalla New Regency con un accordo con la Twentieth Century Fox prima della vendita a Disney. La distribuzione è gestita dalla Twentieth Century per un’apertura in 3.000 sale; il marketing è finito in mano a Disney che, insolitamente, non ha portato Amsterdam in nessun festival. Un quasi annuncio del flop che sarebbe stato, nonché di una qualità dubbia del film diretto da David O. Russel. L’opera ha registrato appena 6.5 milioni di dollari nel primo week end, a fronte di un budget di 80 milioni.

Top Gun: Maverick ed Elvis sono due unicum poiché il primo è riuscito nell’intento del passa parola e dell’affezione al primo capitolo cult, ergendosi a ponte tra adulti e ragazzi; il secondo è un biopic, genere di moda, su uno dei personaggi più illustri di tutta la storia degli Stati Uniti. Parasite, vincitore di premi e successo al box office, da film orientale tra l’altro, sembra un lontano miraggio pre-pandemico. E che la ripresa post pandemia fosse più complicata per questo settore di film si era capito dalla distribuzione e dall’insuccesso di Nightmare Alley – La fiera delle illusioni, dal regista neo-premio Oscar Guillermo Del Toro, tornato al lavoro dopo i riconoscimenti ricevuti per La forma dell’acqua. La fiera delle illusioni fu bellamente ignorato a ridosso della sua uscita in sala. Non servì una lettera aperta di Martin Scorsese e una riedizione in bianco e nero per far recuperare il budget a un film sostenuto dalla critica, ma lasciato a terra dal pubblico. Poco meno di 40 milioni di dollari per un film le cui star sono Bradley Cooper e Cate Blanchett. Il primo viene anche dal recente successo per A Star Is Born. Andando indietro nel tempo anche per Scorsese, prima di Netflix, ci fu il flop al botteghino: Silence (2016). Con un budget di 46 milioni di dollari, il film è stato un fiasco: gli incassi mondiali sono stati di circa 23 milioni di dollari, di cui solo 7 milioni nel mercato nordamericano, rendendo la pellicola il minor successo commerciale del regista. The Last Duel e House of Gucci, due film di Ridley Scott usciti lo stesso anno (2021) non sono riusciti a raccogliere consensi tra critica e pubblico, finendo già nel dimenticatoio, oltre che nelle classifiche dei flop. Questo nonostante Ridley Scott, Adam Driver, Matt Damon, Ben Affleck e Jodie Comer in The Last Duel; Lady Gaga, Adam Driver, Jeremy Irons, Al Pacino e Jared Leto in House of Gucci, oltre ovviamente al marchio stesso che in sé può essere una pubblicità. Per The Last Duel 30 milioni di dollari incassati, un passaggio rapido in piattaforma, ma poco chiacchierato nonostante l’interessante tematica della verità al femminile. House of Gucci al contrario, siccome se n’è parlato abbastanza male, ha riscontrato addirittura interesse per un target variegato: gli incassi mondiali si sono fermati a circa 155 milioni di dollari, su un budget di 75. In perdita gravosa nel 2021 ci è andato anche Spielberg, nonostante il remake di uno dei musical più amati di sempre: West Side Story. Come per The Last Duel, distribuito prima in sala e poi su Disney+. Al cinema ha racimolato 75 milioni di dollari a fronte di un budget di circa 100 milioni. Poteva essere un’occasione di avvicinamento per diverse generazioni, come Top Gun: Maverick, ma non è andata a buon fine l’operazione. Al solito, le pubblicità al di fuori del campo cinefilo, sono state ridotte al minimo dalla Disney. Ciò ne evidenzia la non curanza per i suoi prodotti più autoriali e indipendenti, mentre per quanto riguarda i prodotti principali, i piani di marketing li incentiva a caro prezzo.

Anche i compromessi, se non hai l’identità di Nolan o Tarantino che rappresentano il ponte perfetto tra i blockbuster e il cinema d’essai, fanno fatica ad emergere. Il caso The Northman ne è la prova: doveva essere l’alternativa adulta ai grandi franchise, l’esperimento d’autore fatto con i soldi. Il supporto di critica e degli spettatori non si è tramutato in un passaparola in grado di cambiargli le sorti economiche, floppando al botteghino. Everything Everywhere All at Once della A24 è un caso a parte e non è da considerarsi cinema d’autore, ma ha una sua rilevanza per un discorso: è la dimostrazione che al pubblico piace il citazionismo, il tecnicismo anche virtuoso: il fumo senza l’arrosto. Una diseducazione culturale che porta ad apprezzare più del dovuto opere molto vicine all’onanismo, e che si tramuta in grande successo al botteghino, aggiudicandosi il primato tra i film top agli incassi all’interno della A24, casa di produzione indipendente. Il mercato per le commedie dal cast corale e dai toni leggeri, è ancora valido. Sono significativi tre titoli: The Lost City, che ha sorpreso incassando 190 milioni di dollari; Ticket to Paradise, arrivato a 74 milioni di dollari ed è tutt’ora in sala. La combinazione della coppia di attori Bullock-Tatum (per The Lost City) e Roberts-Clooney (in Ticket to Paradise) sembra aver convinto anche in chiave pubblicitaria per portare gente al cinema.

I film d’autore floppano al botteghino, poco importa il nome del regista. Come mai?

I flop dei film d’autore, le dichiarazioni delle star

Questi cambiamenti e le conseguenti preoccupazioni hanno toccato personalmente gli addetti ai lavori e le grandi star del cinema contemporaneo, tanto da dar noia ai Tarantino, Scorsese, Coppola per gli incassi dei cinecomics, e tanto da far rilasciare, ad alcune star di titoli sopracitati, delle dichiarazioni in merito. Ben Affleck si è espresso così su The Last Duel, ipotizzando le motivazioni del flop:

 

La verità è che ho fatto film che non funzionavano e hanno floppato, non erano buoni. È molto facile capire perché. Il film fa cagare, la gente non lo vuole vedere, ok? A me questo The Last Duel piace proprio. È buono, ho visto come funziona con il pubblico, sta funzionando sullo streaming [su Disney+ sezione Star]. Non era uno di quei film che ti fa dire: "Mi sarebbe piaciuto che funzionasse". Qui secondo me si parla più di una scossa sismica che sto osservando, ne sto parlando con ogni persona che conosco. Anche se ci sono punti di vista diversi, la questione è: cosa sta cambiando? Uno dei cambiamenti fondamentali è che la gente che vuole vedere drammi complessi, adulti e non basati su qualche marchio è la stessa gente che si dice: "Sai che c'è? Non devo andare al cinema perché mi piace mettere in pausa, andare al bagno, finire il film domani". Quello è il punto, insieme al fatto che a casa puoi vedere roba di qualità. Non è come quando ero bambino e a casa avevi un televisore da 11" in bianco e nero. Puoi farti un 65" all'ipermercato. C'è in giro roba di qualità e la gente a casa se la vede in Dolby Vision e Dolby Atmos. È cambiato tutto

In precedenza, il regista di The Last Duel, ossia Ridley Scott, aveva scaricato la colpa sui millennial e gli smartphone da cui sono assuefatti.

 

Ma recentemente anche Bradley Cooper è venuto allo scoperto per parlare del flop di Nightmare Alley – La fiera delle illusioni. L’attore e produttore statunitense ha rilasciato dichiarazioni per un’intervista all’Hollywood Reporter, commentando la situazione:

Il risultato al box office non è stato uno shock per nessuno di noi. Credo davvero che sia un film meraviglioso che, per la portata delle sue ambizioni, meriti di essere visto in una sala cinematografica, ma sono anche convinto che sarà piacevole da vedere anche a casa. Le cose che ritengo importanti sono quei contenuti grandiosi che ti colpiscono dritto in mezzo agli occhi. Questo genere di esperienze resta con te per anni e possono cambiare la tua vita. Non credo che l’esperienza in sala scomparirà se un film è concepito per essere visto al cinema, resterà la possibilità di farlo uscire in sala, per chi lo vorrà

Traendo le somme, Bradley Cooper ritiene che lo streaming non rappresenterà necessariamente una perdita di valore per pellicole più mature. Infatti conclude l’intervista citando la sua esperienza personale di appassionato di cinema per spiegare la sua posizione:

Sono nato nel 1975 e c’era un cinema proprio dietro la casa in cui sono cresciuto. Ho visto dei film grandiosi in quella sala, ma quelli che hanno cambiato la mia vita e che mi hanno ispirato a intraprendere questa strada professionale erano pellicole come The Elephant Man, Il Padrino, Apocalypse Now, Shampoo, Tornando a casa e Il cacciatore. E li ho visti tutti su un televisore da 16 pollici

Un’apertura del genere la si era avuta anche dai registi David Lynch e Paul Thomas Anderson, denotando che ormai la strada per usufruire dei film sui cellulari è spianata; dovrebbe essere accolta e bisognerebbe agire di conseguenza, senza scaricare la colpa sui giovani consumatori per i fallimenti al box office.

I film d’autore floppano al botteghino, poco importa il nome del regista. Come mai?

Le possibili soluzioni ai flop dei film d’autore

Ai cambiamenti non c’è mai fine, lo sviluppo tecnologico è dietro l’angolo e dovrebbe essere accettato piuttosto che respinto. I cellulari, i tablet, i computer, sono una parte integrante del quotidiano dell’individuo ed è giusto che ognuno possa usufruire del prodotto come meglio crede. Inutile dare la colpa ai cellulari o alla Marvel, perché il problema è ben più profondo. Lo Star System Hollywoodiano non può essere da solo incisivo, ma i nomi illustri del cast e degli autori vanno accompagnati, oggi giorno, da un’adeguata campagna marketing che dimostri il pieno appoggio dei produttori nel progetto. Il budget dovrebbe essere ridotto sugli effetti visivi, sugli attori da pagare (magari includendo meno star in un solo film), ma sicuramente è impensabile credere di poter risparmiare sul piano pubblicitario. La spinta sui social è altrettanto fondamentale, e le nuove figure manageriali sanno come muoversi in questo campo, pur essendo essi stessi giovani; giovane lo è anche la comunicazione sui social, d’altronde.

 

Le sale andrebbero rinnovate, come si sottolineava all’inizio del primo paragrafo, per far fonte al processo tecnologico che ha consentito alle persone, con proiettori, lettori 4k e televisioni, di sopperire alla qualità audio-video della sala. Solo così facendo, si potrà attirare qualche non cinefilo ad andare più spesso in sala. In caso contrario, la distanza e le dimensioni, nonché i limiti tecnici, avranno sempre la peggio rispetto al territorio domestico. L’aiuto statale è fondamentale per adempiere a queste mancanze, ma al momento non sembra esserci volontà e preoccupazione in tal senso. Gli esercenti e gli addetti ai lavori non possono tirare avanti con un blockbuster una tantum, ma c’è bisogno di riportare le persone al cinema anche per i film d’autore, per far sì che la catena di produzione possa essere sempre funzionante al meglio. Al contrario, si rischierebbe una chiusura di quasi tutti i cinema indipendenti, che non siano multiplex, rendendo la visione in sala un’esperienza collettiva rilegata al grande evento. Il cinema d’autore sopravvivrebbe solo per un pubblico di nicchia, ma con una distribuzione sempre più ristretta inevitabilmente; così come le produzioni, sarebbero limitate solo a quelle delle piattaforme streaming.

 

L’educazione culturale, inoltre, deve essere incentivata. La critica e il mondo accademico, la storia del cinema ed i suoi classici, non andrebbero disdegnati o guardati con superficialità; bensì dovrebbero rappresentare la base per concentrarsi al massimo delle proprie possibilità sui film contemporanei. La pirateria non dovrebbe mai essere presa in considerazione, o almeno, non dovrebbe esserci questa frenesia nel vedere tutto e subito, ma saper aspettare. Il cinema va approcciato al pari delle altre altri, va finanziato, supportato e interpretato.