Articolo pubblicato il 13 Aprile 2022 da wp_13928789
“Una famiglia vincente – King Richard” è un film della Warner Bros. diretto da Reinaldo Marcus Green e approdato nelle sale italiane dal 13 gennaio 2022.
Biopic basato sul personaggio di King Richard, padre delle due formidabili tenniste Serena e Venus Williams, si mescolano le due narrazione per antonomasia: quella sportiva, con la strada da percorrere per arrivare al successo, e quella di vita quotidiana, con gli ostacoli da superare e tanti sacrifici da fare.
Diciamolo subito, da parte di chi scrive Benedict Cumberbatch meriterebbe l’Oscar per la sua interpretazione in “Il potere del cane”, eppure do per scontato che Will Smith lo vincerà al posto suo proprio per questo ruolo. King Richard di fatto è un personaggio potenzialmente simpatico a tutti, ad ampio target, mentre quello di Cumberbatch può essere percepito come antipatico, ostico. Inoltre dietro il primo, c’è un messaggio forte di questi tempi che ci parlano di inclusività razziale, di come le due sorelle tenniste siano riuscite a spianare la strada ad una generazione e alla comunità afroamericana. Anche il secondo ha dalla sua una caratterizzazione particolare, contiene in sé una potenza basata più su dettagli o passaggi evocativi. Proprio per queste ragioni, Will Smith ed il suo King Richard verranno premiati per l’importanza e la genuinità che presentano.
“Una famiglia vincente – King Richard” è convenzionale, non offre nemmeno minimamente una ventata d’aria fresca al genere, come fa il recente “Tick, Tick… Boom!” (la recensione: https://quartaparetenet.wordpress.com/2021/11/20/tick-tick-boom-un-sogno-contro-il-tempo/?fbclid=IwAR3XHKFKru6NGdS2CmaCfgoArwakY6LF5d1b41ccgbFKWn3g_FARyiL6LF4) dell’esordiente ma ben più in palla Lin-Manuel Miranda, mentre il suo collega Reinaldo Marcus Green resta statico sia per quanto riguarda l’impianto visivo (le partite di tennis non giocano mai con lo spettatore, restano quasi sempre ferme e vengono riproposte di frequente) che per la narrazione. Intendiamoci, è un biopic confezionato bene e anche di buon cuore, ma resta ancorato ad archetipi narrativi propri del genere, soprattutto per quanto riguarda i film sportivi. Lavora per sottrazione, lo sfondo sociale è appena accennato poiché ci viene mostrato il ghetto di Compton con qualche teppistello che malmena Richard e qualche stradina malconcia, nulla di più. Tanto basta per dare il via al dramma, qualche ostacolo interno legato proprio al pugno duro dei due genitori (Aunjanue Ellis interpreta la madre, Oracine), giustificato però da una vita difficile per la comunità afroamericana, con tanto di citazioni al Ku Klux Klan. Richard è un uomo pronto a tutto per l’amore che prova per la sua famiglia, e proprio per questo decide di stare a testa bassa e pedalare fin quando non potrà alzarla (sul finale, ovviamente), tra allenamenti sotto la pioggia e piani scritti lunghi 78 pagine (nella realtà 85). Un passato burrascoso e la american life non proprio come ce la si aspettava, incidono sulla sua personalità a tal punto da essere etichettato come patriarcale, ma infondo lo fa solo per il bene che vuole alle figlie ed il pubblico lo sa. Un po’ bigotto, questo si, ma di grande cuore. Esattamente come il film!

I momenti drammatici sono artificiosi, didascalici, ma in un film di questo tipo ormai sono tratti dati per assodati, non si è andato oltre. Regalano dialoghi tra due bravissimi attori quali Will Smith e Aunjanue Ellis, che pur risultando costruiti sanno comunque essere funzionali a quello che il film vuole trasmettere: la voglia di rivalsa, speranza, frustrazione e allo stesso tempo anche qualche gioia. Insomma due ruoli cuciti apposta per i grandi premi, tra l’identità femminile forte (si veda il dialogo tra i due in cucina, quando si accusano e si ringraziano a vicenda, in poco tempo) e l’uomo quasi intontito, invecchiato dalla vita stessa dopo aver incassato, riesce a mantenere una lucidità degna per gli affari (anche imbruttito e con le occhiaie). Entrambi sono sportivi, Oracine sembrerebbe anche più brava di lui per come ce la butta lì il film, però non ci viene mostrato nettamente, mantenendo con furbizia il beneficio del dubbio e provando a farci ammirare entrambi per ragioni anche diverse, accomunate dal tennis. Sono loro i protagonisti, più King Richard chiaramente, le figlie sono un interessante contorno che avvalorano (ancora con furbizia) questo personaggio: insegna l’umiltà facendo vedere a tutte “Cenerentola”, il classico Disney, lavora di notte per sfamarle, e insieme alla moglie, come detto in precedenza, insegna brillantemente il tennis. Diciamo che se andiamo a guardare la realtà, King Richard non è l’angelo quasi (e sottolineo il quasi) perfetto rappresentato in questi 144 minuti. Vero è che nel mondo diegetico del film, pensa di sparare ad un criminale che lo aveva picchiato poco prima e si viene a scoprire che ha figli sparsi per tutto il territorio. Ciò nonostante, sono pochissimi attimi (anche quando vorrebbe lasciare le figlie per strada, per farle tornare a casa camminando insegnando l’umiltà) rispetto alla genialità del suo piano economico e sociale, non lascia che le figlie giochino un match ufficiale per anni, per paura di bruciarle, e alla fine ha anche ragione. Il loro rapporto è sempre saldo, quel poco che viene messo in discussione viene fatto rientrare subito nei binari.
C’è però da dire una cosa, ossia che il messaggio è molto forte, funziona e nonostante queste maschere costruite, riesce ad arrivare al cuore di chi ascolta\vede, e lascia che emerga l’importanza di Serene e Venus Williams per tutte le\i ragazzine\i della loro età e della loro razza. Già, perché si può puntare sempre più in alto anche partendo dal basso, e su questo il minutaggio non cade nel pericolo della ridondanza come altri film di genere, non si avverte una pesantezza morale e di narrazione. Il pathos viene ben distribuito tra comicità aggraziata (solo in un tratto più volgare), dramma costruito e partite di tennis dominate dalla voglia di vincere. D’altronde si parla di una famiglia vincente, che riesce a sorridere sempre nonostante tutto. Forse però, per avere una marcia in più sarebbe stato più consono mostrarci ulteriori elementi dietro quel sorriso, inizialmente malinconico.

Nel complesso, film ben costruito che non osa, lavora per sottrazione in modo da ottenere una semplicità tale da arrivare ad un target ampio. Buon pathos, buona comicità, piattezza visiva, ma il tutto finalizzato anche per mettere in risalto Will Smith, che rischia per la terza volta (dopo “La ricerca della felicità” e “Alì”) di vincere il premio più ambito dagli attori, interpretando un personaggio potenzialmente simpatico a tutti pur avendo qualche piccolo difetto.
Voto: 6\10
– Christian D’Avanzo
Andrea Barone: 7 |
Andrea Boggione: 7 |
Carlo Iarossi: |
Paolo Innocenti: 8 |
Alessio Minorenti: 6,5 |
Paola Perri: |
Giovanni Urgnani: 5,5 |