Articolo pubblicato il 1 Febbraio 2025 da Giovanni Urgnani
Quentin Tarantino raggiunge quota nove con il suo film del 2019 intitolato C’era una volta a… Hollywood, una commedia dalle sfumature drammatiche che racconta romanzando il mondo del cinema alla fine degli anni Sessanta. La durata dell’opera è di 161 minuti circa, e nel cast figurano Leonardo DiCaprio, Brad Pitt, Margot Robbie, Al Pacino, Timothy Olyphant, Emile Hirsch, Zoe Bell, Dakota Fanning, Kurt Russell, Damian Lewis, Michael Madsen, Luke Perry, Julia Butters, Clifton Collins Jr., Scoot McNairy, Nicholas Hammond, Maurice Compte, Damon Herriman, Lew Temple, Margaret Qualley, Spencer Garrett, Austin Butler, Mike Moh, Rafal Zawierucha, Lena Dunham. Il film è stato candidato a ben 10 premi Oscar nel 2020, aggiudicandosene due: migliore scenografia e miglior attore non protagonista a Brad Pitt. Di seguito la trama e la recensione di C’era una volta a… Hollywood, il nono film scritto e diretto da Quentin Tarantino.
La trama di C’era una volta a… Hollywood, il nono film scritto e diretto da Quentin Tarantino
Di seguito la trama di C’era una volta a… Hollywood, il nono film scritto e diretto da Quentin Tarantino:
“Ambientato nella Los Angeles del 1969, concentrato in particolare sul mondo del cinema dove il protagonista Rick Dalton (Leonardo DiCaprio), un attore con alle spalle il successo arrivato grazie a una serie televisiva western degli anni Cinquanta − intitolata Bounty Law − e una serie di film azzeccati, teme che la sua carriera possa essere arrivata al capolinea. Ciò nonostante è restio ad accettare l’offerta di un produttore di recitare in uno spaghetti western in Europa, ritenendo il progetto non alla sua altezza. Invece, Dalton accetterà la parte del villain in una nuova serie tv western. Al suo fianco c’è sempre Cliff Booth (Brad Pitt), che è qualcosa di più della sua controfigura: è anche un autista, e un assistente factotum, e in fondo anche il suo unico vero amico.
Anche Cliff fa fatica a trovare nuovi lavori, dopo che si è diffusa la voce che sia stato lui a uccidere sua moglie. Lo stuntman abita in un roulotte assieme al suo pibull Brandy, ma passa buona parte del suo tempo a casa di Rick, che si trova in Cielo Drive, sulle colline di Bel-Air: una villa che si trova proprio al fianco di quella da poco presa in affitto dal regista Roman Polanski e da sua moglie, la bellissima attrice Sharon Tate (Margot Robbie). Le vicende di Rick e Cliff e quelle di Sharon Tate procederanno in parallelo, fino a quando si incroceranno in maniera inaspettata proprio in una data fatidica.”
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La recensione di C’era una volta a… Hollywood: Tarantino (ri)scrive la Storia in chiave fiabesca
Tarantino con C’era una volta a… Hollywood torna ad adottare un approccio simile a quello mostrato in Bastardi senza gloria, avvalendosi di un cast stellare in grado di evidenziare le numerose sfumature di cui è composto il nono film scritto e diretto dal regista statunitense. Quanto quest’ultimo decide di usare il linguaggio cinematografico per fondere la realtà con la finzione, si dà spazio a quelli che sono da considerare come dei desideri reconditi nonché delle paure associate ad un momento di riscatto. Emblematico in tal senso il personaggio interpretato da un sontuoso Brad Pitt, ovvero Cliff Booth, una controfigura a tutti gli effetti. Lo stuntman, già presente come villain in Grindhouse – A prova di morte, ritorna in altre vesti nel cinema di Tarantino, dimostrandosi sì misteriosa e leggermente sinistra, ma anche fedele e affettuosa. D’altronde Cliff è una controfigura sia sul set che al di fuori, familiarizzando con l’attore di Bounty Law ne assume dei connotati fraterni e i due si spalleggiano nel bene e nel male; sembrerebbe quasi una trasposizione antropomorfizzata di Brandy, il pitbull dello stesso Cliff.
Se da un lato per circa 2 ore vediamo Rick Dalton nella zona grigia, ossia come un attore di talento ma la cui carriera è a rischio, dall’altro c’è l’ascesa al successo di Roman Polanski e di sua moglie Sharon Tate, alla quale brillano gli occhi quando si riguarderà sul grande schermo (nel film Missione compiuta stop. Bacioni Matt Helm) in un cinema locale. In tal senso, C’era una volta a… Hollywood è uno dei film più personali di Tarantino, il quale porta lo spettatore in giro per le correnti che hanno segnato la Storia del cinema e le sue storie, giocando con gli elementi diegetici ed extradiegetici interni al suo nono film. Il cinema classico è il contorno con cui si possono tracciare i percorsi di Rick, Cliff e Sharon, tre personaggi che dichiarano sottilmente le loro debolezza ma dimostrano una seria consapevolezza nelle sequenze clou. La loro visione è quella dei sognatori, persone che osservano gli eventi per estrapolarne gli elementi positivi da isolare rispetto agli altri negativi.
Sharon è legata alla sua immagine e ciò che riesce a creare agli occhi di chi guarda, e la sua reazione quando vede gli spettatori ridere e applaudire in sala è senz’altro un modo per comprendere le potenzialità del cinema. Rick è in crisi sia professionalmente che umanamente, rischia di andare alla deriva e di perdersi nell’alcol, ma uno dei dialoghi più genuini del film gli apre gli occhi e gli riaccende la fiamma dell’estro: la bambina attrice che è sul set del nuovo film western in cui l’attore interpreta il villain, dopo aver girato una scena gli confessa di non aver mai visto nessuno recitare con quella qualità. Infine, Cliff è colui che apparteneva al mondo degli stuntmen, del cinema degli artigiani e della ormai lontana fabbrica dei sogni negli anni Quaranta e Cinquanta; l‘approccio con il grottesco e l’horror viene messo in scena nello Spahn Movie Ranch, dove il western viene definitivamente ibridato con altri generi cinematografici.
Il punto di rottura appartiene al periodo storico che Tarantino ricostruisce sapientemente, sia nell’estetica che nel racconto, raccontando il passaggio e la nascita della New Hollywood. Nonostante la Storia americana e la storia del film vengano mescolate e romanzate trovando diversi elementi in comune, sullo sfondo si avverte l’originaria atmosfera nevrotica che caratterizzò quel determinato periodo tra la Guerra in Vietnam e l’omicidio di Sharon Tate per mano della “famiglia” Manson. Tuttavia, Tarantino conscio del male insito nei due eventi che sconvolsero il collettivo statunitense, decide di prendersi la sua vendetta personale (tema a lui tanto caro) con un finale declinato in uno slasher movie; ecco che il regista (ri)scrive la Storia in chiave fiabesca attraverso il cinema. Il simbolo del passaggio dalla sicurezza all’insicurezza statunitense è dato dal lanciafiamme, un’arma utilizzata da Rick per bruciare i nazisti durante l’incipit e gli hippie nel finale: la prima volta è un uso indirizzato all’attacco energico, la seconda invece è una difesa dettata dalla paura.
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C’era una volta a… Hollywood: quando il titolo è tutto un programma
C’era una volta a… Hollywood è un titolo più azzeccato che mai, poiché se scomposto rivela l’essenza del nono film scritto e diretto da Quentin Tarantino. Il regista ha, anche nei precedenti otto film, dichiarato il suo amore viscerale per il cinema. Il “C’era una volta” non è altro che un modo per introdurre la fiaba, un tempo lontano ormai andato ma i cui valori vengono ricordati e omaggiati con una forza nostalgica persuasiva. Uno dei generi classici più apprezzati da Tarantino e dai cinefili di vecchia data è sicuramente il western, e questa volta l’autore di Pulp Fiction lo utilizza come mezzo per evidenziare il cambiamento non solo cinematografico ma anche e soprattutto sociale. Inoltre, se la società americana era già stata descritta in Django Unchained, qui il valore è duplice: il western assume dei connotati televisivi, ma durante l’epoca raccontata in C’era una volta a… Hollywood chi ci lavorava era un attore di serie B. Siccome Rick Dalton si sente alla deriva, guardare chi fa cinema di serie A lo elettrizza sinceramente; quando scruta Polanski e sua moglie in auto, si ricorda di aver loro come vicini di casa su una lussuosa collina di Hollywood. Da lì il suo desiderio di aggrapparsi a una realtà in declino, così come sembra esserlo la sua carriera, nonostante Tarantino sembra impregnare di qualità contemporanee la televisione, in quanto mezzo di comunicazione pop.
Infatti, nel titolo figura anche la parola “Hollywood”, e da qui si può comprendere come il nono film possa risultare anche il più personale per il regista. Di fatto il suo approccio al cinema è nettamente postmoderno, crea del sano intrattenimento e nel frattempo riempie (quasi sempre) di significato i significanti. Dunque, per un autore che da sempre si diletta nel mescolare generi, va da sé che l’evento più sincero per lui che si possa raccontare è proprio la nascita della New Hollywood, e nel sottolineare tale cambiamento si avvale anche di un linguaggio vicino alla Nouvelle Vague, corrente artistica francese con la quale i cineasti hanno dato prova per la prima volta di conoscere la Storia del cinema inserendola nelle loro storie. Ma come riesce Tarantino a mettere in atto questo finissimo omaggio? Ancora una volta attraverso il western, tra Hawks (classico; sequenza del nuovo western che gira Rick), Peckinpah (spettacolarizzazione della violenza; sequenza di Cliff a Spahn Movie Ranch) e lo spaghetti-western onnipresente per il cineasta.
In C’era una volta a… Hollywood, Rick calpesta il set di un nuovo western che si appresta a girare, e nella sequenza in cui sfodera una performance straordinaria viene sottolineato − dal montaggio − che la ripresa della scena comincia nell’esatto attimo in cui Sharon è parallelamente in sala a guardare il film nel quale lei recita. Questa sorta di folle combinazione scavalca le regole, e nonostante possa sembrare di star osservando un western a tutti gli effetti (con tanto di elementi diegetici a lui appartenenti, tra cui la colonna sonora), viene ricordato allo spettatore che è semplicemente la produzione di un film all’interno del film stesso. Gli elementi solitamente extra diegetici entrano in gioco per rompere il patto tra l’autore e lo spettatore, e così il regista del western in questione suggerisce le battute a Rick, finendo poi con il dare lo stop. Ma tale discorso può espandersi anche all’incipit del film, il quale ricrea la sigla di Bounty Law e la finta intervista con Rick e Cliff, nonché alle scene prese da altri film e rigirate con Leonardo DiCaprio.
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Uno dei film più maturi di Quentin Tarantino
C’era una volta a… Hollywood è, in ultima analisi, uno dei film più maturi dei nove scritti e diretti da Quentin Tarantino. La verbosità tipica del regista viene perfettamente restituita dai dialoghi qui presenti, ma la linea comica ha dei tempi e un’intelligenza di fondo irresistibile. Una delle hippie (Maya Thurman-Hawke) mente al suo gruppo e lo abbandona sulla collina di Hollywood prendendo l’automobile per sé, fornendo il giusto preludio al folle quanto grottesco finale. Lo stesso dicasi del leggero e tragicomico siparietto tra Cliff e l’ormai cieco George Spahn, il quale anticipa una delle poche scene di violenza presenti nei circa 161 minuti di film; volendo potrebbe rientrare nel discorso anche il dialogo e il conseguente scontro tra Cliff e Bruce Lee.
Inoltre, la maturità di Tarantino viene dimostrata nella sua congegnata abilità di (ri)scrivere la Storia tramite il linguaggio cinematografico, e facendo sedere lo spettatore a bordo delle varie automobili presenti nel film, fa sì che le persone possano godersi il viaggio tra le luci, i poster e l’atmosfera di un tempo ormai andato, ma che ha inevitabilmente segnato il proseguo del cammino di chiunque. E a proposito di desideri e paure, sentimenti che in C’era una volta a… Hollywood segnano il percorso degli umanissimi personaggi, Tarantino con il finale decide di fare le veci di tantissime persone le quali avrebbero voluto un andamento diverso nella realtà. Ecco che il regista salva (con il cinema) Sharon Tate cancellandone la morte, rendendo memorabile una sequenza d’azione con dei gesti violenti e per certi versi surreali.