Recensione- Anatomia di una caduta, il film vincitore della Palma d’oro di Cannes 76

foto copertina anatomia di una caduta

Articolo pubblicato il 28 Dicembre 2024 da Giovanni Urgnani

SCHEDA DEL FILM

Titolo del film: Anatomia di una caduta (Anatomie d’une chute)

Genere: Dramma, Thriller

Anno: 2023

Durata: 150 minuti

Regia: Justine Triet

Sceneggiatura: Arthur Harari, Justine Triet

Cast: Sandra Hüller, Swann Arlaud, Milo Machado Graner e Antoine Reinartz Fotografia: Simon Beaufils

Montaggio: Laurent Sénéchal

Paese di produzione: Francia

Presentato in concorso alla 76esima edizione del Festival del cinema di Cannes, Anatomia di una caduta è il quarto film della regista francese Justine Triet. La pellicola si è aggiudicata la Palma d’oro e sarà distribuito nelle sale italiane a partire dal 26 ottobre 2023.

Di seguito la trama e recensione di Anatomia di una caduta.

La trama di Anatomia di una caduta, diretto da Justine Triet

Di seguito la trama ufficiale del film: “Sandra, Samuel e il loro figlio non vedente Daniel vivono da un anno in una remota località di montagna.

Quando Samuel viene trovato morto fuori casa, viene avviata un’indagine per morte in circostanze sospette. Nell’incertezza, Sandra viene incriminata: è stato suicidio o omicidio? Un anno dopo Daniel partecipa al processo di sua madre, una vera e propria analisi della relazione tra i suoi genitori.”

recensione anatomia di una caduta di Justine Triet

La recensione di Anatomia di una caduta, la Palma d’oro di Cannes 76

La duplicazione dei punti di vista, l’impossibilità di conoscere la realtà o di applicare criteri di giustizia che possano condurre a qualcosa di diverso dalla realtà processuale, sono da sempre tematiche care al cinema. Sono innumerevoli i registi che si sono cimentati in questo tipo di ricerca; nello specifico ad ammaliare molti cineasti è la difficoltà di far coincidere i diversi punti di vista attorno a uno stesso avvenimento. Spesso intricate opere ambientate tra le aule di un tribunale sembrano mettere a processo, più che l’imputato in questione, la presunta infallibilità dello sguardo umano e i modi in cui sentimenti, memoria o alterazioni psico-fisiche possano finire per duplicare le versioni circa uno stesso evento un numero di volte pari a quello di coloro che vi hanno assistito. Anatomia di una caduta di Justine Triet si inserisce mirabilmente in questo solco e seguendo modelli più o meno espliciti finisce per portare a termine una riflessione articolata  sullo sguardo umano e cinematografico.

 

Il riferimento più palese dell’opera (richiamato fin dal titolo) è Anatomia di un omicidio (1959), capolavoro del grande regista Otto Preminger, film che ruota intorno a una vicenda che con quella narrata dalla regista ferancese ha più di un punto in comune. Prima però di affrontare queste similitudini è bene sottolineare come la Triet non si sia limitata a mettere in scena una stanca riproposizione del film degli anni 50, ma che anzi sia stata in grado abilmente di aggiornare le tematiche e lo stile alla contemporaneità. Il film di Preminger aveva tra i suoi obiettivi palesi quello di smascherare il bigottismo e l’arretratezza culturale della società statunitense dell’epoca, molto disposta a chiudere un occhio su crimini atroci ma commessi da uomini (nel caso specifico si tratta di uno stupro) mentre estremamente solerte nel condannare fermamente una donna per condotte lecite ma contrarie al buoncostume dell’epoca. La regista francese chiaramente rifugge questo genere di approccio che, se riproposto in scala 1:1, sarebbe risultato sicuramente anacronistico ma preferisce esasperare la difficoltà sperimentata dalla giuria di esprimere un giudizio definitivo verso una vicenda che annovera così tanti punti di vista diversi. La Triet decide dunque, adottando un espediente che finisce per passare quasi sottotraccia, di non inquadrare mai il tavolo dei giurati. Nulla si sa delle persone che finiranno per decidere sulla vita di Sandra (interpretata da una fantasmagorica Sandra Huller), mai come in questo caso infatti la giuria è sostituita dall’occhio dello spettatore che, senza alcuna agevolazione, sarà posto di fronte a un caso che pare non avere alcuna soluzione certa.

 

Altra trovata registica è quella di centellinare la presenza a schermo della vittima che si palesa soltanto nei momenti in cui è necessario appaia, tra i quali va sottolineata una magistralmente diretta e interpretata lite domestica. Ciò che stupisce inoltre è come in un film del genere sia introdotta e sviluppata la tematica del rapporto realtà -finzione e di come essa sia innestata prodigiosamente nell’apparato contenutistico sopracitato. Nel film infatti si finirà per utilizzare come prove in un’aula di tribunale dei libri di finzione, in quanto, ritiene l’avvocato dell’accusa, essi potrebbero aver tratto spunto dal sentire più intimo della protagonista e finirebbero di conseguenza per svelarne le pulsioni omicide e il forte risentimento nei confronti del marito. Questo punto non è introdotto casualmente ma anzi precisamente messo in scena dalla regista francese che, nell’ambito di un processo nel quale viene sottolineato come i buchi nei racconti dei testimoni vengano spesso e volentieri riempiti dalla fantasia degli avvocati, pare ricreare nell’aula di tribunale un set cinematografico dove a vincere non è tanto la parte che risulta logicamente più convincente quanto quella che è in grado di imbastire la narrazione più accattivante e verosimile. Ancor più che nel film di Preminger a venir esasperata è l’impossibilità di addivenire alla realtà dei fatti e mai come in questo caso la realtà processuale pare essere soltanto un ben congegnato costrutto narrativo.

 

A corollario di tutto questo apparato teorico che via via si dipana lungo la durata della pellicola vi è una fantastica scrittura dei personaggi. Le più intime idiosincrasie dei protagonisti vengono messe in pubblica piazza e l’aula di tribunale finisce per essere il teatro dell’investigazione più dell’analisi di un rapporto di coppia che quella di un presunto omicidio. A emergere come rilevanti sono non solo le azioni ma anche i pensieri, le intenzioni e persino le motivazioni  che spingono i personaggi. I gradi di complessità dell’opera sembrano moltiplicarsi a ogni inquadratura e si ha l’impressione che la Triet voglia sfidare e interrogare l’occhio dello spettatore con continui sconvolgimenti emotivi e narrativi. Insomma le ragioni per cui la giuria del Festival di Cannes ha deciso di premiare  questa pellicola con la Palma d’oro, anche a discapito di altre opere notevoli, sembrano evidenti.

Voto:
4.5/5
Arianna Casaburi
4/5
Vittorio Pigini
3.5/5
Christian D'Avanzo
4.5/5
Gabriele Maccauro
4.5/5
Bruno Santini
4/5
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