Articolo pubblicato il 16 Luglio 2024 da Christian D’Avanzo
Dostoevskij è la serie tv scritta e diretta dai fratelli D’Innocenzo. L’opera sarà distribuita al cinema tra l’11 e il 17 luglio 2024 divisa in due parti, per poi essere successivamente trasmessa su Sky e Now in 6 episodi. Il cast è composto da Filippo Timi, Gabriel Montesi, Carlotta Gamba e Federico Vanni.
Di seguito la trama e la recensione di Dostoevskij.
La trama di Dostoevskij, diretto dai fratelli D’Innocenzo
Di seguito la trama ufficiale di Dostoevskij: “In un lasso di terra scarno e inospitale, il poliziotto Enzo Vitello, uomo dal buio passato, è ossessionato da “Dostoevskij”, killer seriale che uccide con una peculiarità: accanto al corpo l’omicida lascia sempre una lettera con la propria desolante e chiarissima visione del mondo, della vita e dell’oscurità che Vitello sente risuonare al suo interno.”
La recensione di Dostoevskij, la prima serie tv dei fratelli D’Innocenzo
Sembra necessario, per un’opera come Dostoevskij, specificare fin dall’inizio il modo in cui si è fruito dell’opera. I fratelli D’Innocenzo (e la critica che sta amando il film) come da buona tradizione nell’ambiente cinematografico, sta definendo questo prodotto audiovisivo con qualsiasi termine possibile pur di non identificarlo con una serie tv, quasi che questo appellativo implichi nella mente di costoro una svalutazione a priori del valore intrinseco del prodotto. Queste analisi ricordano molto quelle che seguirono l’uscita di Esterno notte di Marco Bellocchio, pareva inconcepibile alla critica italiana che un autore di questo calibro potesse essersi cimentato con un medium diverso alla veneranda età di 82 anni. Interessante in tal senso anche la modalità distributiva scelta per questa serie che verrà proiettata al cinema suddivisa in due parti separate nello stesso lasso di tempo di una sola settimana. Nonostante questa divisione i registi hanno consigliato lo stesso di fruire dell’opera in una singola maratona di 5 ore, consiglio che a posteriori pare piuttosto ameno.
Prendendo spunto da queste considerazioni infatti il primo grande problema che si riscontra in Dostoevskij è la sua mancanza di organicità narrativa, sia che la si intenda come un film che come una serie tv. Nel primo caso bisognerebbe venire a patti con un ritmo che, nel corso delle sue 5 ore, sembra riavviarsi ogni circa 45 minuti e che nel finale (ovvero tra l’episodio 5 e 6) inspiegabilmente abbandona la scena cardine dell’opera mettendo a schermo futili dialoghi tra personaggi secondari. Se si volesse invece intendere Dostoevskij come una serie tv bisognerebbe imputargli la completa carenza di agganci che dovrebbero convincere lo spettatore a proseguire la visione e ad aggravare questa situazione vi è il fatto che la seconda parte dell’opera è decisamente più interessante della prima ma che, vista la durata considerevole, potrebbe finire per essere visto da un esiguo numero di spettatori, vanificando di fatto il potenziale del prodotto. Il fattore che rende la prima parte di Dostoevskij peggiore della prima è dettato da una precisa scelta autoriale dei fratelli D’Innocenzo che decidono di rendere le prime due ore un viaggio nell’intimità del protagonista, nei luoghi in cui vive, nel suo rapporto con la figlia, solo marginalmente concentrandosi sulla parte puramente investigativa. In tal senso la serie sembra un rimescolamento degli elementi che resero grande la prima iconica stagione di True detective, sempre magistralmente in bilico tra un’analisi esistenziale e un’avvincente ricerca di un serial killer. A mancare tuttavia nella serie dei D’Innocenzo è questa seconda componente che viene troppo a lungo tralasciata per approfondire la prima. Il risultato è un’opera estremamente approssimativa in molte delle sue componenti, a partire da una delle principali, ossia il nome del serial killer. L’altisonante nome del prodotto, corrispondente nella finzione a quello dell’assassino seriale, non è minimamente problematizzato. Nulla tra il modo di scrivere del killer, le tematiche, il trascorso dei personaggi fa pensare al celebre scrittore russo, il cui nome viene affibbiato senza una reale ragione a questo progetto.
La prova più evidente della confusione narrativa che affligge quest’opera è il pessimo utilizzo fatto del personaggio di Gabriel Montesi che viene introdotto come uno dei protagonisti del film, una mente in grado di dare un grande contributo alle indagini in corso e che finisce per essere una figura marginale che se fosse eliminata dalla narrazione non cambierebbe di una virgola il risultato finale. lizzato, ne il senso di tensione lasciato da un ambiguo finale di puntata che caratterizza le migliori serie tv. Gli elementi che invece tengono in piedi, seppur sghembamente, l’opera sono la regia di buona qualità dei registi romani, le interpretazioni degli attori (decisamente sopra la media italiana) e una interessante narrazione per ambienti. Quest’ultimo aspetto è infatti il più rilevante dell’intera serie tv, la capacità dei D’Innocenzo di inquadrare il degrado, la desolazione, l’abbandono culturale e l’assenza di morale degli ambienti in cui si muove il protagonista è davvero notevole e lascia intravedere ancora il grande potenziale non sfruttato da questi giovani autori.