Distribuito nelle sale cinematografiche italiane a partire dal 6 marzo 2025, grazie al lavoro di Notorious Pictures, è il racconto della storia vera dei ventotto giorni in cui Giuliana Sgrena è stata sequestrata da una cellula terroristica in Iraq, liberata poi il giorno 4 marzo 2005. Ad interpretare l’agente dei servizi segreti Nicola Calipari è stato Claudio Santamaria (Lo chiamavano Jeeg Robot), mentre la giornalista ha il volto di Sonia Bergamasco (Quo Vado?), con Alessandro Tonda (The Shift) ingaggiato dietro la macchina da presa. Ma qual è il risultato de Il Nibbio? Di seguito la trama e la recensione del film, con allegato il trailer ufficiale.
La trama de Il Nibbio, il film di Alessandro Tonda
Il lungometraggio è prodotto da Rai Cinema, in collaborazione con Tarantula Belgique, con la partecipazione di Alkon Communications e della piattaforma digitale Netflix; durante la realizzazione è stata coinvolta anche la famiglia Calipari stessa. Ma di cosa parla quindi Il Nibbio? Di seguito la trama ufficiale del film diretto da Alessandro Tonda:
“I ventotto giorni precedenti i tragici eventi del 4 marzo del 2005, quando Nicola Calipari, Alto Dirigente del SISMI, sacrificò la propria vita per salvare quella della giornalista de “Il Manifesto” Giuliana Sgrena, rapita in Iraq da una cellula terroristica.”

La recensione de Il Nibbio, con Claudio Santamaria
L’11 settembre 2001 è stato l’evento spartiacque del nuovo millennio, le cui conseguenze si riscontrano ancora oggi. Chi ha vissuto quel periodo o non era troppo piccolo per dimenticarselo, sa perfettamente quanto fosse alto il clima di tensione nella società occidentale, riscopertasi vulnerabile e soggetta alla paura. Il conseguente conflitto scoppiato in Iraq era stato venduto come unico percorso possibile per evitare una catastrofe globale, da cui però scaturirono ulteriori problemi, come la diffusione del terrorismo e la derivata islamofobia, inasprendo una situazione già incerta di suo.
Nel corso della guerra, l’opinione pubblica italiana è stata più volte in apprensione per i suoi connazionali rapiti sul posto, vicende non sempre purtroppo conclusesi a lieto fine. È stato il caso invece, di Giuliana Sgrena, la cui storia viene narrata nel secondo lungometraggio da regista di Alessandro Tonda, portando come protagonista l’agente responsabile della trattativa per la sua liberazione: Nicola Calipari. A fare da contorno al racconto è proprio la considerazione e lo sguardo analitico e critico su quella guerra, rivelatasi a posteriori inutile e strumentalizzata, dove si mette totalmente in discussione le azioni politiche e militari degli Stati Uniti, che all’epoca godettero di un pressoché incondizionato appoggio, soprattutto dopo la strage subita.
Grazie ad un’ottima messa in scena, le dinamiche iniziate dal sequestro e concluse con la liberazione vengono sviluppate in maniera semplice ma intelligente, innanzitutto bilanciando le caratterizzazioni dell’agente Calipari e del padre/marito Nicola, un uomo diviso costantemente tra famiglia e lavoro, dove lui stesso cerca di bilanciare il tempo, nonostante il precario equilibrio comportato dal suo ruolo. Oltre a riportare alla memoria un fatto di cronaca (inter)nazionale, l’obiettivo è mostrare l’Italia che funziona: se spesso le istituzioni lasciano a desiderare per le loro mancanze, vi sono comunque uomini di Stato ligi al loro dovere, impegnati in prima linea per il bene comune, eroi normali e silenziosi, magari alla lunga dimenticati, però determinanti nelle azioni compiute.
Grazie ad una coerente sceneggiatura, si dosano e si alternano ponderatamente momenti più concitati e momenti più intimi, giocando sì certamente sul fatto che il pubblico dovrebbe conoscere l’epilogo dei fatti, ma comunque costruendo alchimie familiari sincere, simpatiche e genuinamente emozionanti; così come è apprezzabile l’asciuttezza e la concretezza con cui vengono messe in scena sia le sequenze di prigionia che quelle della sparatoria, senza enfatizzarne o esasperarne la drammaticità. Dispiace soltanto che anche stavolta si sia caduti nel “tranello” di accentuare la positività del protagonista attraverso la costruzione di una sorta di cattivo di turno, intenzionato ad ostacolarlo e mettersi di traverso, esclusivamente per una questione di arrivismo; espediente abbastanza tipico nel cinema (italiano), figlio del classico romanzamento, per certi versi fisiologico, dei fatti realmente accaduti.
Il Nibbio è il prodotto del cinema italiano dalle idee solide e che avrebbe bisogno di emergere con più convinzione agli occhi degli spettatori, contenendo a sua volta un’altra faccia dell’Italia, più nascosta ma più preziosa; grazie a chi, a fari spenti e lontano dalle attenzioni mediatiche, dà il meglio di sé per contribuire all’edificazione di un mondo migliore rispetto a come l’ha trovato, forte e fiero della sua “normalità” di essere umano, senza far rumore e senza pretese.