Articolo pubblicato il 24 Febbraio 2025 da Giovanni Urgnani
Presentato in anteprima internazionale al Sundance Film Festival 2024, distribuito nelle sale cinematografiche statunitensi il 1°novembre 2024 mentre in quelle italiane a partire dal 27 febbraio 2025, grazie al supporto di Searchlight Pictures. Secondo film da regista per la star Jesse Eisenberg (Quando avrai finito di salvare il mondo), candidato ai prossimi Academy Awards in due categorie, precisamente: “Miglior sceneggiatura originale” e “Miglior attore non protagonista” a Kieran Culkin (Mamma, ho perso l’aereo). Ma qual è il risultato di A Real Pain? Di seguito la trama e la recensione del film.
A Real Pain, la trama del film di Jesse Eisenberg
Presentato in concorso ufficiale alla ventiduesima edizione di Alice nella città, il lungometraggio è prodotto da TSG Entertainment, in collaborazione con Fruit Tree, l’etichetta appartenente all’attrice due volte premio Oscar Emma Stone. Ma di cosa parla quindi A Real Pain? Di seguito la trama ufficiale del film diretto da Jesse Eisenberg:
“David e Benji, due cugini diversissimi tra loro, si ritrovano all’aeroporto. Il primo vive a Brooklyn, è sposato e ha un figlio. Il secondo è uno spirito più libero dal carattere imprevedibile. Nati a tre settimane di distanza, sono stati molto legati durante l’infanzia, poi la loro vita ha preso delle strade divergenti. Hanno così deciso di partire per la Polonia per onorare la loro amata nonna Dory scomparsa da poco e connettersi con la sua storia passata. Giunti sul posto, si uniscono a un gruppo per un tour turistico di cui fanno parte alcune persone che hanno un legame o un trauma legati all’ebraicità.“

La recensione di A Real Pain, con il candidato all’Oscar Kieran Culkin
Per il suo secondo lungometraggio da regista, seguendo le orme lasciate dal Maestro Woody Allen, Jesse Eisenberg esamina alla radice i problemi del nucleo familiare contemporaneo, così come i suoi personaggi tornano alla radice delle proprie origini, compiendo un viaggio transoceanico per onorare la memoria e il ricordo di chi nella loro famiglia è stata una figura chiave. In realtà, questa breve permanenza nel Vecchio Continente non è altro che un viaggio interiore per David e Benji, tanto diversi di carattere, ma molto simili nell’essere insoddisfatti della loro vita ed entrambi causa di sofferenza l’uno con l’altro per via di determinate azioni, silenzi, vuoti e occasioni mancate.
Due persone sempre state vicine geograficamente, eppure mai state così distanti come il pubblico li trova fin dall’inizio del film, nonostante all’apparenza il legame sia stretto ed affettuoso (ed in effetti lo è veramente), un tappeto sotto cui si nascondono diversi cumuli di polvere, accumulati nel giro di molti mesi, sentimenti contrastanti repressi, soprattutto da David. Per riavvicinarli è dunque necessario allontanarli dal loro contesto quotidiano, il distacco dalla routine permette di fermarsi e rendersi conto di cosa sta provando la persona a fianco e a propria volta di far sentire a lei cosa si sta provando. La difficoltà di esprimersi e di confrontarsi da parte dei protagonisti è evidenziata dal fatto che entrambi hanno bisogno di “aiuti esterni” che permettano di far perdere il controllo e tirar fuori tutti i non-detti nascosti, sintomo di un problema evidente nell’affrontare la sincerità e la realtà dei fatti.
Sincerità e schiettezza presenti invece nel carattere di Benji, una figura scomoda e spinosa per la massa generale, dato il suo modo di esprimersi, non solo a parole, esattamente per come è, senza filtri e senza patinature, capace perciò di generare imbarazzo se non addirittura fastidio in determinate circostanze, poiché la gente non ama vedere la realtà nuda e cruda, ma vive seguendo un’effimera idealizzazione, quest’ultima influente anche nel modo di comportarsi e di interagire delle persone. La prova attoriale di Kieran Culkin, riconosciuta con continuità durante la stagione dei premi 2024/2025, è funzionale alle caratteristiche del suo personaggio, in effetti risulta complicato immaginarselo con un altro volto e con un altro corpo, infatti, sono le movenze a loro volta in grado di caratterizzarlo, trasmettendo i sentimenti contrastanti richiusi al suo interno.
L’interazione tra i due cugini è sincera, credibile e genuina, si nota come in fase di scrittura i personaggi siano stati sviluppati e costruiti pensando già ai loro interpreti designati, non bisogna per l’appunto dimenticare che lo stesso regista è sia sceneggiatore sia attore protagonista. Merita una riflessione a parte la conclusione del lungometraggio in questione: un finale dal retrogusto amaro e ambiguo; nonostante l’evoluzione e lo sviluppo del rapporto, la sensazione o, meglio, la prospettiva, sembra essere quella di sempre, di qualcosa che di fatto non sia cambiato del tutto, dove tutto rischia di continuare nella stessa direzione, di cadere nel solito silenzio, nel solito oblio e nel solito disagio, forse perché la rottura è definitivamente insanabile. D’altronde la vita non è forse un continuo ripetersi degli stessi problemi?